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Il punto della settimana

20 gennaio 2001

Dalla padella mucca pazza
alla brace soia transgenica

"Siamo quello che mangiamo", ce lo ripetono fin dalle scuole elementari. E allora? Che cosa siamo diventati? Suscettibili a ogni contagio animale come neppure i peggiori incubi del Medioevo sono mai riusciti a immaginare? Geneticamente modificati prima ancora che la biotecnologia metta le mani sui nostri organi per ripararli? La borsa della spesa è ormai un oggetto temibile, si rischia ogni giorno di riempirla come una necessità piuttosto che per il piacere e il dovere di nutrirsi. L'impressione è che fra l'uomo e la natura si sia rotto un patto. A forza di modificare, migliorare, ottimizzare umanità e terra non si riconoscono più. Esaminiamo il drammatico quesito, riportato dai giornali di questi giorni, degli allevatori toscani: «Ma dei mangimi vegetali ci possiamo fidare?» hanno implorato da Cortona. Sulle farine animali non si discute e va bene. Restano la soia, la colza, il mais, l’erba medica. La colza in Europa è vietata. Soia e mais, geneticamente modificati, non danno garanzie sufficienti.

L’apporto proteico nell’alimentazione delle mucche è indispensabile per aumentare la produzione di latte. Per questo, spiegano adesso, erano state introdotte le farine animali. I 30 litri di latte naturalmente prodotti da ogni mucca non bastano più a soddisfare le richieste del mercato. Ci vorrebbero più mucche e il latte costerebbe di più. Adesso le proteine vanno cercate nel mondo vegetale. Gli allevatori, però, non si fidano. «Ma siamo sicuri che queste farine, se realizzate anche da piante Ogm, siano sempre al di sopra di ogni sospetto?», chiedono accorati. E non hanno tutti i torti.

Il risultato dell’emergenza è che le mucche mangiano meno _ e dunque danno meno latte _ e gli allevatori spendono di più. Il mercato della soia sta portando guadagni ai produttori più di certi exploit della new economy.

In Europa si produce poco legume, 1,8 milioni di tonnellate contro un consumo di circa 30 milioni. 1,4 milioni, ci informano, vengono prodotti in Italia, meno del 20 per cento del fabbisogno nazionale prima della crisi di mucca pazza. Il resto bisogno importarlo, ma quello che arriva è spesso soia transgenica. Così è per gli Stati Uniti (70 per cento della produzione), l’Argentina (90 per cento), il Brasile (50 per cento), i maggiori produttori al mondo di soia. I rischi ci sono, e di grandi proporzioni.

Senza contare le allergie. La soia è fra i più potenti stimolatori di istamine presenti in natura. Una quantità infinitesimale può scatenare negli allergici pericolosissime reazioni. Sembra non esserci via di scampo. Forse l’unica via d’uscita sono la prudenza e la moderazione. Evitare la psicosi del filetto e far ricorso al buon senso, magari tornando a seguire le stagioni senza pretendere pomodori freschi in gennaio e capretto in autunno. Quelli, si sa, nascono in primavera.


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