"Siamo quello che mangiamo", ce lo ripetono fin dalle scuole
elementari. E allora? Che cosa siamo diventati? Suscettibili a ogni contagio animale come
neppure i peggiori incubi del Medioevo sono mai riusciti a immaginare? Geneticamente
modificati prima ancora che la biotecnologia metta le mani sui nostri organi per
ripararli? La borsa della spesa è ormai un oggetto temibile, si rischia ogni giorno di
riempirla come una necessità piuttosto che per il piacere e il dovere di nutrirsi.
L'impressione è che fra l'uomo e la natura si sia rotto un patto. A forza di modificare,
migliorare, ottimizzare umanità e terra non si riconoscono più. Esaminiamo il drammatico
quesito, riportato dai giornali di questi giorni, degli allevatori toscani: «Ma dei
mangimi vegetali ci possiamo fidare?» hanno implorato da Cortona. Sulle farine animali
non si discute e va bene. Restano la soia, la colza, il mais, lerba medica. La colza
in Europa è vietata. Soia e mais, geneticamente modificati, non danno garanzie
sufficienti.
Lapporto proteico nellalimentazione delle mucche è indispensabile per
aumentare la produzione di latte. Per questo, spiegano adesso, erano state introdotte le
farine animali. I 30 litri di latte naturalmente prodotti da ogni mucca non bastano più a
soddisfare le richieste del mercato. Ci vorrebbero più mucche e il latte costerebbe di
più. Adesso le proteine vanno cercate nel mondo vegetale. Gli allevatori, però, non si
fidano. «Ma siamo sicuri che queste farine, se realizzate anche da piante Ogm, siano
sempre al di sopra di ogni sospetto?», chiedono accorati. E non hanno tutti i torti.
Il risultato dellemergenza è che le mucche mangiano meno _ e dunque danno meno
latte _ e gli allevatori spendono di più. Il mercato della soia sta portando guadagni ai
produttori più di certi exploit della new economy.
In Europa si produce poco legume, 1,8 milioni di tonnellate contro un consumo di circa
30 milioni. 1,4 milioni, ci informano, vengono prodotti in Italia, meno del 20 per cento
del fabbisogno nazionale prima della crisi di mucca pazza. Il resto bisogno importarlo, ma
quello che arriva è spesso soia transgenica. Così è per gli Stati Uniti (70 per cento
della produzione), lArgentina (90 per cento), il Brasile (50 per cento), i maggiori
produttori al mondo di soia. I rischi ci sono, e di grandi proporzioni.
Senza contare le allergie. La soia è fra i più potenti stimolatori di istamine
presenti in natura. Una quantità infinitesimale può scatenare negli allergici
pericolosissime reazioni. Sembra non esserci via di scampo. Forse lunica via
duscita sono la prudenza e la moderazione. Evitare la psicosi del filetto e far
ricorso al buon senso, magari tornando a seguire le stagioni senza pretendere pomodori
freschi in gennaio e capretto in autunno. Quelli, si sa, nascono in primavera.