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Il punto della settimana

17 febbraio 2001

I preziosi geni dei figli dei Nobel

Sembrava una leggenda metropolitana quando negli anni ’80 se ne occupò il Los Angeles times , invece i figli dei Nobel, super-razza sognata da un genetista eccentrico quando determinato, esisterebbero davvero. Solo che tanto figli di Nobel non sarebbero. In breve la storia: negli anni ’70 il genetista Robert K. Graham creò nella California del Sud il Repository for Germinal Choice, una banca dello sperma destinata solo ai vincitori del premio Nobel. L’impresa ha chiuso nel 1999, da cotanto seme sarebbero nati oltre 200 bambini le cui identità restano sconosciute perché Graham si è portato nella tomba il segreto degli elenchi delle madri ospiti. A parte il fatto che probabilmente ha fatto bene, adesso si è aperta la caccia. Slate, rivista americana online, va cercando quei bambini per sapere qual è il loro destino. Restano nella storia molti punti oscuri. Non si è mai saputo, ad esempio, quanti "geni" hanno accettato di fare la donazione. Si è invece saputo che non tutti i donatori erano "geni". L’unico Nobel che ammise la donazione fu l'inventore del transistor William Shockley. E’ stato invece rintracciato un donatore che ammette di non essere particolarmente intelligente ma di avere spiccate doti atletiche. Il suo seme è stato raccolto e utilizzato nella speranza di conservarne le capacità. Si è saputo anche che Graham selezionava le madri in base alla loro cultura e al loro reddito _ necessariamente agiato _ oltre che a buona e robusta costituzione fisica. Il genetista ossessionato dalla conservazione della razza, insomma, fidava sì nei "geni" _ intesi come patrimonio di Dna _ ma confidava anche nelle rivelazioni delle scienze umane: in gran parte sono il contesto e l’esperienza a fare l’uomo più che le sue dotazioni genetiche che oggi ci rivelano essere non più complesse di quelle di un moscerino.

Non sappiamo poi se Graham contattò, e quale risposta ne ebbe, il collega James Watson, premio Nobel precursore dell’ingegneria genetica fin dagli anni ’70 ma totalmente contrario allo sfruttamento commerciale della ricerca tanto da dimettersi, tempo fa, dalla direzione del National Center for Human Genome Research. Gli anni ’80, gli stessi durante i quali venne rivelato al mondo il sogno pazzo di Robert K. Graham, sono il periodo durante il quale la finanza e l’industria si sono appropriate del corpo umano. Nota è la storia di John Moore da Seattle, donatore suo malgrado di cellule, poi brevettate a scopo di lucro, dalle quali sono stati ricavate proteine per curare infezioni e tumori. Riletta così la faccenda della super-razza sembra piuttosto un cinico esperimento. Quei duecento e passa bambini, figli di varie perfezioni, non sembrano altro che giacimenti biologici vivi. Meglio forse lasciarli in pace. Nessun agreement sulla privacy _ che pure Slate garantisce _ può metterli al riparo. Quando Moore reclamò la "proprietà" del proprio patrimonio genetico contro chi l’aveva brevettato, e non certo per amor di scienza, trovò sulla sua strada a dargli torto una sentenza della corte suprema della California.


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