Troppa poca attenzione alle colture
no food
provoca danni allambiente
Cè un documento, approvato dal Cipe nel 1999, che tenendo conto del protocollo
di Kyoto, approvato nel 1997. A un certo punto vi si legge: "Il particolare interesse
verso la filiera dei biocombustibili, bioetanolo e biodiesel... è collegato alla
necessità di individuare soluzioni praticabili per il contenimento
dellinquinamento, soprattutto nelle grandi città, causato dai combustibili fossili
usati per i trasporti. Il traffico stradale è, infatti, responsabile per il 93% delle
emissioni i ossido di carbonio, il 60% di quelle di idrocarburi e ossidi di azoto, il 12%
di anidride carbonica; i biocombustibili, di contro: - sono di origine vegetale e quindi
non contribuiscono allemissione di anidride carbonica nellatmosfera; - non
contengono zolfo; - contengono nella loro molecola ossigeno consentendo una significativa
riduzione delle emissioni di ossido di carbonio e di composti incombusti; - evitano
lemissione di altre sostanze nocive associate alla combustione di combustibili
fossili; sono totalmente biodegradabili". Biocombustibili, eccetera, vuol dire
combustibili ricava da prodotti vegetali, mais, soia, girasole, colza ad esempio. Si
chiamano colture no food, ossia non destinate allalimentazione. Con buona
probabilità nessuno si scandalizzerebbe se queste colture fossero ricavate da sementi
transgeniche, piante da far crescere in fretta per alimentare il ciclo dellenergia.
E una sfida che la biogenetica dovrebbe raccogliere. Un conto è introdurre
Organismi Geneticamente Modificati nellalimentazione umana o nella catena alimentare
animale, un altro è mettere biodiesel nelle nostre auto. Nel secondo caso si tratterebbe
di una scelta auspicabile, responsabile e soprattutto compatibile con la battaglia sulla
salute.
Gli agricoltori sarebbero ben contenti di avere incentivi per scelte simili. Ma le
statistiche raccontano una situazione non confortante. Da quando cè stato un
orientamento in questa direzione a una prima fase di incremento, 1993-1996, ne è seguita
una di decremento. Secondo il periodico Informazioni agricole, infatti "nella
campagna 1997-98 in Italia si è registrato il più basso investimento, per le colture non
food con una superficie che non ha raggiunto i 10.000 ha e una produzione di poco
superiore alle 19.000 t. Ma anche lo scorso anno la superficie totale di semi oleosi non
food è stata decisamente bassa superando di poco gli 11.000 ha con cali vistosi in
numerose regioni, soprattutto per quanto riguarda il colza".
Gli agricoltori mettono sotto accusa soprattutto ricercatori e industriali. I primi
riserverebbero poca attenzione alle colture no food, i secondi non si impegnerebbero
abbastanza per una conversione delle linee di produzione verso fonti energetiche ricavate
dalle biomasse. Resta una sola speranza, che abbiano ragione i ministri dellambiente
del G8 riuniti qualche settimana fa a Trieste. Se anche la General motors e la Fiat si
mettono a chiedere risposte certe sullinquinamento cè da augurarsi uno
slancio della ricerca. |