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Il punto della settimana

17 marzo 2001

Troppa poca attenzione alle colture no food
provoca danni all’ambiente

C’è un documento, approvato dal Cipe nel 1999, che tenendo conto del protocollo di Kyoto, approvato nel 1997. A un certo punto vi si legge: "Il particolare interesse verso la filiera dei biocombustibili, bioetanolo e biodiesel... è collegato alla necessità di individuare soluzioni praticabili per il contenimento dell’inquinamento, soprattutto nelle grandi città, causato dai combustibili fossili usati per i trasporti. Il traffico stradale è, infatti, responsabile per il 93% delle emissioni i ossido di carbonio, il 60% di quelle di idrocarburi e ossidi di azoto, il 12% di anidride carbonica; i biocombustibili, di contro: - sono di origine vegetale e quindi non contribuiscono all’emissione di anidride carbonica nell’atmosfera; - non contengono zolfo; - contengono nella loro molecola ossigeno consentendo una significativa riduzione delle emissioni di ossido di carbonio e di composti incombusti; - evitano l’emissione di altre sostanze nocive associate alla combustione di combustibili fossili; sono totalmente biodegradabili". Biocombustibili, eccetera, vuol dire combustibili ricava da prodotti vegetali, mais, soia, girasole, colza ad esempio. Si chiamano colture no food, ossia non destinate all’alimentazione. Con buona probabilità nessuno si scandalizzerebbe se queste colture fossero ricavate da sementi transgeniche, piante da far crescere in fretta per alimentare il ciclo dell’energia. E’ una sfida che la biogenetica dovrebbe raccogliere. Un conto è introdurre Organismi Geneticamente Modificati nell’alimentazione umana o nella catena alimentare animale, un altro è mettere biodiesel nelle nostre auto. Nel secondo caso si tratterebbe di una scelta auspicabile, responsabile e soprattutto compatibile con la battaglia sulla salute.

Gli agricoltori sarebbero ben contenti di avere incentivi per scelte simili. Ma le statistiche raccontano una situazione non confortante. Da quando c’è stato un orientamento in questa direzione a una prima fase di incremento, 1993-1996, ne è seguita una di decremento. Secondo il periodico Informazioni agricole, infatti "nella campagna 1997-98 in Italia si è registrato il più basso investimento, per le colture non food con una superficie che non ha raggiunto i 10.000 ha e una produzione di poco superiore alle 19.000 t. Ma anche lo scorso anno la superficie totale di semi oleosi non food è stata decisamente bassa superando di poco gli 11.000 ha con cali vistosi in numerose regioni, soprattutto per quanto riguarda il colza".

Gli agricoltori mettono sotto accusa soprattutto ricercatori e industriali. I primi riserverebbero poca attenzione alle colture no food, i secondi non si impegnerebbero abbastanza per una conversione delle linee di produzione verso fonti energetiche ricavate dalle biomasse. Resta una sola speranza, che abbiano ragione i ministri dell’ambiente del G8 riuniti qualche settimana fa a Trieste. Se anche la General motors e la Fiat si mettono a chiedere risposte certe sull’inquinamento c’è da augurarsi uno slancio della ricerca.


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