Industria e ricerca, lItalia
ha bisogno di una rincorsa
Colmare il gap italiano nel settore delle biotecnologie. Questo lobiettivo
dichiarato alla fine del 2000 da Sviluppo Italia, lagenzia governativa di sostegno
allimpresa. "Nel 2000 il Biotech ha fatturato 60 miliardi di dollari che si
stima diventeranno 150 miliardi fra 5 anni. E il settore salute è quello trainante.
Proprio nei nuovi farmaci terapeutici, nell'agroindustria e nell'alimentare l'Italia deve
fare il maggiore sforzo innovativo", affermava Umberto Di Capua, presidente di
Sviluppo Italia, presentando un piano di impegno da 70 miliardi di lire. I dati sul
fatturato si riferiscono a un ambito internazionale e a tuttoggi la situazione
italiana, soprattutto nelle applicazioni mediche che sembrano essere quelle di maggior
traino, non è rosea. Lindustria farmaceutica italiana dipende in larga parte
dallestero e i dati dellosservatorio sul settore chimico del ministero
dellIndustria indicano quanta strada ci sia ancora da percorrere. Lindustria
biotech italiana, ci dicono quei dati, è costituita per lo più da piccola e media
impresa. Si tratta nel complesso di poche decine di aziende, soltanto tre filiate da
grandi società.
Eppure lo spazio ci sarebbe. Lo ha accertato, alla fine del 1999, una ricerca del
Censis: il fatturato del settore nel nostro Paese era fermo a 5 mila miliardi di lire,
circa il 5 per cento del fatturato mondiale. Poco per unindustria come quella
italiana, leader in molte altre produzioni. Quello che più preoccupava era però la spesa
per la ricerca, ferma all1 per cento degli impieghi mondiali. E dire che proprio in
Italia, nel 1991, è stato realizzato il primo intervento europeo di terapia genica, che
ha consentito di correggere definitivamente il difetto genetico di un enzima (l'adenosina
deaminasi) responsabile di una forma di immunodeficienza altrimenti letale.
Le ragioni di tanta titubanza possono risiedere anche nel senso comune attorno al
biotech e, in gran parte, nella confusione rispetto a una corretta informazione sul
settore. Linchiesta del Censis rivelava che il 23,8 per cento degli intervistati era
convinto che lo sviluppo delle biotecnologie possa comportare rischi per la salute, il
48,4 per cento si dichiarava non informato in materia. Solo un 27,8 per cento pensava che
dalle biotecnologie possano venire benefici. La scarsa informazione, di fatto, è stata ed
è il peggior nemico di unindustria e di un settore di ricerca dai quali possono
venire molto bene o molto male a seconda dei modelli di sviluppo che si scelgono. Come
qualsiasi innovazione scientifica le biotecnologie non sono buone o cattive in se. In più
una disattenzione italiana, in un mondo globalizzato, servirà soltanto a fare danno. Gli
altri andranno avanti, magari con meno cautele come spesso la cronaca informa, e alla fine
pagheremo le conseguenze come tutti. Tanto vale mettersi al passo e contribuire a
riportare lorchestra su note meno stridenti. |