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Il punto della settimana

28 aprile 2001


Industria e ricerca, l’Italia
ha bisogno di una rincorsa

Colmare il gap italiano nel settore delle biotecnologie. Questo l’obiettivo dichiarato alla fine del 2000 da Sviluppo Italia, l’agenzia governativa di sostegno all’impresa. "Nel 2000 il Biotech ha fatturato 60 miliardi di dollari che si stima diventeranno 150 miliardi fra 5 anni. E il settore salute è quello trainante. Proprio nei nuovi farmaci terapeutici, nell'agroindustria e nell'alimentare l'Italia deve fare il maggiore sforzo innovativo", affermava Umberto Di Capua, presidente di Sviluppo Italia, presentando un piano di impegno da 70 miliardi di lire. I dati sul fatturato si riferiscono a un ambito internazionale e a tutt’oggi la situazione italiana, soprattutto nelle applicazioni mediche che sembrano essere quelle di maggior traino, non è rosea. L’industria farmaceutica italiana dipende in larga parte dall’estero e i dati dell’osservatorio sul settore chimico del ministero dell’Industria indicano quanta strada ci sia ancora da percorrere. L’industria biotech italiana, ci dicono quei dati, è costituita per lo più da piccola e media impresa. Si tratta nel complesso di poche decine di aziende, soltanto tre filiate da grandi società.

Eppure lo spazio ci sarebbe. Lo ha accertato, alla fine del 1999, una ricerca del Censis: il fatturato del settore nel nostro Paese era fermo a 5 mila miliardi di lire, circa il 5 per cento del fatturato mondiale. Poco per un’industria come quella italiana, leader in molte altre produzioni. Quello che più preoccupava era però la spesa per la ricerca, ferma all’1 per cento degli impieghi mondiali. E dire che proprio in Italia, nel 1991, è stato realizzato il primo intervento europeo di terapia genica, che ha consentito di correggere definitivamente il difetto genetico di un enzima (l'adenosina deaminasi) responsabile di una forma di immunodeficienza altrimenti letale.

Le ragioni di tanta titubanza possono risiedere anche nel senso comune attorno al biotech e, in gran parte, nella confusione rispetto a una corretta informazione sul settore. L’inchiesta del Censis rivelava che il 23,8 per cento degli intervistati era convinto che lo sviluppo delle biotecnologie possa comportare rischi per la salute, il 48,4 per cento si dichiarava non informato in materia. Solo un 27,8 per cento pensava che dalle biotecnologie possano venire benefici. La scarsa informazione, di fatto, è stata ed è il peggior nemico di un’industria e di un settore di ricerca dai quali possono venire molto bene o molto male a seconda dei modelli di sviluppo che si scelgono. Come qualsiasi innovazione scientifica le biotecnologie non sono buone o cattive in se. In più una disattenzione italiana, in un mondo globalizzato, servirà soltanto a fare danno. Gli altri andranno avanti, magari con meno cautele come spesso la cronaca informa, e alla fine pagheremo le conseguenze come tutti. Tanto vale mettersi al passo e contribuire a riportare l’orchestra su note meno stridenti.


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