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Il punto della settimana

19 maggio 2001

Monsanto, la lunga marcia degli errori

"Le biotecnologie sono morte. Oggi le loro potenzialità sono una frazione infinitesimale di quelle che la maggior parte degli osservatori aveva auspicato". L'affermazione, categorica, è di Henry Miller, ricercatore della Hoover Institution e responsabile del settore biotecnologie della Food and Drug Administration americana dal 1979 al 1994. E' stata riportata in una lunga inchiesta del New York Times sulla Monsanto e sui suoi alterni comportamenti rispetto ai movimenti ambientalisti e dei consumatori.

Vale la pena riassumerne i dati salienti. Negli anni '80 la Monsanto cercò il consenso e la consultazione delle associazioni, chiese, e ottenne, al governo Usa regole certe, rese disponibili i risultati delle proprie ricerche. Negli anni '90 invertì la tendenza, rifiutando l'etichettatura dei prodotti, mettendo in commercio ormoni per potenziare la produzione di latte bovino e sementi modificate, andandosi a cercare fuori da ogni regola mercati in Asia e in Africa dopo che quelli americano ed europeo avevano aumentato al massimo, e organizzato attraverso ampi movimenti di opinione, la diffidenza nei confronti delle biotecnologie. Il risultato finale è la situazione attuale.

La Monsanto è in lite con quasi tutti i governi occidentali, bandita da mezza Europa, ha cessato di esistere come azienda autonoma essendo stata di recente assorbiata da Pharmacia. Che, sia detto per inciso, fa anch'essa biotecnologie ma a quanto pare i consumatori sono più disponibili ad accettare i farmaci modificati che non i cibi, sottovalutando probabilmente la questione.

In tutta questa vicenda c'è un altro dato di rilievo, denunciato sia dai ricercatori che dai dirigenti vecchi e nuovi della Monsanto. Il rapporto con il potere politico, assolutamente di servizio nel senso che il gigante della ricerca agroalimentare ha sempre ottenuto dalla Casa Bianca quello che ha voluto: regole, abolizione delle stesse, ripristino di elementi di controllo. Il che ha contribuito a un crescente sospetto nell'opinione pubblica. E a una crisi del settore probabilmente reversibile ma molto simile a quella della new economy. Troppa contiguità con la politica e poca attenzione alle istanze sociali stanno trasformando nella mente dei consumatori qualsiasi intervento biotech in una manifestazione contro natura. Problema che senz'altro esiste, ma va affrontato con gli strumenti dell'etica e della scienza piuttosto che con quelli del lobbismo, del marketing e dell'espansione di mercato.


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