Monsanto, la lunga marcia degli
errori
"Le biotecnologie sono morte. Oggi le loro potenzialità sono una frazione
infinitesimale di quelle che la maggior parte degli osservatori aveva auspicato".
L'affermazione, categorica, è di Henry Miller, ricercatore della Hoover Institution e
responsabile del settore biotecnologie della Food and Drug Administration americana dal
1979 al 1994. E' stata riportata in una lunga inchiesta del New York Times sulla Monsanto
e sui suoi alterni comportamenti rispetto ai movimenti ambientalisti e dei consumatori.
Vale la pena riassumerne i dati salienti. Negli anni '80 la Monsanto cercò il consenso
e la consultazione delle associazioni, chiese, e ottenne, al governo Usa regole certe,
rese disponibili i risultati delle proprie ricerche. Negli anni '90 invertì la tendenza,
rifiutando l'etichettatura dei prodotti, mettendo in commercio ormoni per potenziare la
produzione di latte bovino e sementi modificate, andandosi a cercare fuori da ogni regola
mercati in Asia e in Africa dopo che quelli americano ed europeo avevano aumentato al
massimo, e organizzato attraverso ampi movimenti di opinione, la diffidenza nei confronti
delle biotecnologie. Il risultato finale è la situazione attuale.
La Monsanto è in lite con quasi tutti i governi occidentali, bandita da mezza Europa,
ha cessato di esistere come azienda autonoma essendo stata di recente assorbiata da
Pharmacia. Che, sia detto per inciso, fa anch'essa biotecnologie ma a quanto pare i
consumatori sono più disponibili ad accettare i farmaci modificati che non i cibi,
sottovalutando probabilmente la questione.
In tutta questa vicenda c'è un altro dato di rilievo, denunciato sia dai ricercatori
che dai dirigenti vecchi e nuovi della Monsanto. Il rapporto con il potere politico,
assolutamente di servizio nel senso che il gigante della ricerca agroalimentare ha sempre
ottenuto dalla Casa Bianca quello che ha voluto: regole, abolizione delle stesse,
ripristino di elementi di controllo. Il che ha contribuito a un crescente sospetto
nell'opinione pubblica. E a una crisi del settore probabilmente reversibile ma molto
simile a quella della new economy. Troppa contiguità con la politica e poca attenzione
alle istanze sociali stanno trasformando nella mente dei consumatori qualsiasi intervento
biotech in una manifestazione contro natura. Problema che senz'altro esiste, ma va
affrontato con gli strumenti dell'etica e della scienza piuttosto che con quelli del
lobbismo, del marketing e dell'espansione di mercato. |