I geni? Meglio se patrimonio
dell'umanità
Ecco un quesito in apparenza irrisolvibile. A chi appartiene il patrimonio genetico?
Alla famiglia che lo possiede? Alla scienza che lo decodifica? All'intera umanità, visto
che tutti noi siamo frutto della riproduzione esponenziale di poche coppie di homo
sapiens? Considerati gli enormi interessi concentrati attorno alle biotecnologie diventa
imperativo trovare una risposta. Se vivessimo in un mondo perfetto quella affermativa
andrebbe assegnata all'ultima domanda. Una catena di Dna non potrebbe essere considerata
altro che patrimonio dell'umanità. Soprattutto se ci fermassimo un attimo a riflettere su
quanto bene può derivare dalla scoperta di un errore genetico corregibile.
Per capire meglio vediamo alcune notizie sulle quasi riflettere. Fra qualche giorno in
Friuli prenderà il via un'indagine epidemiologica sulle malattie vascolari. Fra i vari
esami dello screening si prevede uno studio sul Dna per individuare la predisposizione dei
soggetti analizzati al rischio di infarto celebrale o cardiaco. Risulta difficile pensare
di non utilizzare a vantaggio dell'intera collettività i risultati della ricerca.
Di altrettanto universale utilità la scoperta del Centro di biologia medica e
molecolare di Barcellona, pubblicata da "New Scientist": gli attacchi di panico
dipenderebbero da un errore di una regione del cromosoma 15, che risulta raddoppiata. Nei
nuclei familiari osservati 9 membri su 10 presentano l'anomalia. A partire dalle scoperta,
secondo i ricercatori, in un arco di tempo oscillante fra i cinque e i dieci anni, si può
trovare un rimedio all'ansia patologica. Si può, cioè, arrivare a produrre farmaci in
gradi di sopprimere il gene o la proteina responsabili degli attacchi di panico.
E' chiaro che tutto ritorna alla questione dei brevetti, attorno alla quale il Wto sta
tentando di ragionare per quanto imbrigliato dalla posizione americana secondo la quale la
proprietà della scoperta è di chi la fa, o meglio di chi la finanzia. Come per i farmaci
antiAids, si rischia di avvantaggiare le nazioni e le industrie più forti a sfavore di
chi ha più necessità di un intervento terapeutico. La questione, insomma, prima che
economica è etica e politica. |