Cibi biotech e colonialismo
alimentare
''La sicurezza alimentare e' un argomento 'globale' strettamente legato alla
liberalizzazione del commercio. Se infatti gli approcci alla sicurezza alimentare variano
da Paese a Paese, la liberalizzazione può essere considerata una componente chiave di
questa sicurezza, in quanto è in grado di assicurare a tutti gli Stati lo stesso accesso
al cibo. In questo quadro, la Fao gioca un ruolo molto importante. Al vertice di Doha è
quindi importante raggiungere un accordo. Credo che riusciremo a lanciare un nuovo round
di successo in quanto dopo l'11 settembre il mondo è più vicino nella lotta al
terrorismo. A Doha potremmo porre le basi per ulteriori riduzioni tariffarie sui prodotti
agricoli statunitensi": parole chiare e senza possibilità di replica quelle del
segretario statunitense all'Agricoltura, Ann M. Veneman.Le ha pronunciate a Roma,
intervenendo alla 31/ma Conferenza della Fao.
Per "sicurezza alimentare" la signora Veneman intende i parametri di
compatibilità che ciascun Paese ritiene di dover fissare in campo di prodotti Ogm. La
soglia di tolleranza ammessa dagli Stati Uniti è quasi inesistente, nel senso che la
ricerca biotech è da tempo favorita e incoraggiata, oltre che sostenuta da una strenua
difesa della proprietà intellettuale dei brevetti. Se la solidarietà dell'antiterrorismo
sta favorendo qualsiasi politica a stelle e strisce, non è detto che a Doha l'ostinazione
a non considerare il frutto della ricerca scientifica patrimonio dell'umanità ma merce
spendibile non rischi di impantanare la discussione almeno per quanto riguarda i prodotti
agricoli.
''L'agricoltura biotecnologica sembra in grado di garantire una maggiore produzione
agricola e, quindi, maggior cibo per i Paesi in via di sviluppo che così potranno essere
autosufficienti''., ha continuato la signora Veneman , lasciando intravedere una
pericolosa tendenza verso un colonialismo alimentare. Perché è indubbio che i
consumatori occidentali, americani compresi, sono assai diffidenti nei confronti degli
Ogm.
Un test di questa diffidenza si è avuto qualche giorno fa al congresso
dell'Associazione dietologi italiani. Su un campione molto selezionato di specialisti, il
60 per cento si è detto preoccupato di consumare cibi biotech, il 21 per cento ha
risposto di essere indifferente mentre solo l'8 per cento ha dichiarato di essere disposto
a nutrirsene "con piacere". |