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Il punto della settimana

9 febbraio 2002


La corsa ai brevetti non giova allo sviluppo

La questione dei brevetti è sempre centrale nel dibattito internazionale sulle biotecnologie. Due notizie all'apparenza marginali danno il senso dello scontro in atto. Da una parte Greenpeace ha denunciato la facilità con la quale l'Ufficio europeo brevetti accoglie le richieste in arrivo dalle multinazionali, fino ad ammettere la brevettabilità dei campi e delle coltivazioni forestali dove sono sperimentate le sementi Ogm. Dall'altra le maggiori società di analisi finanziarie internazionali assegnano rosee prospettive all'azienda farmaceutica AstraZeneca per le ampie possibilità di brevettare a breve un antitumorale pediatrico. A prima vista le due notizie sembrano non avere relazione, nella sostanza il collegamento è nel fatto che ciò che è utile alle ragioni della finanza può essere dannoso allo sviluppo.

L' Ufficio europeo brevetti dal 1999 ha concesso oltre 150 brevetti su geni umani e animali e oltre 50 sui semi. Mai però si era arrivati a brevettare un campo. Provocatoriamente l'associazione ambientalista si chiede se il prossimo passo sia quello di "brevettare il contadino che ara il campo".

Il valore che le aziende assegnano agli Ogm e ai prodotti biochimici in genere, compresi quelli farmaceutici, è considerato solo in termini di profitto. La decisione di brevettare i campi risponde a questa logica e a quella di proteggere le coltivazioni Ogm da eventuali malattie che possono colpire le varietà tradizionali. Il che significa che, brevettato il campo, se una pianta si prende una malattia da un'altra presente in natura la colpa sarà del vicino, con tutte le ovvie conseguenze di responsabilità e gli obblighi di risarcimento. Non sembra un bel modo di affrontare una questione che pure merita grandi sforzi di approfondimento, per capire fino a che punto sono necessarie e ammissibili le modifiche alle caratteristiche naturali di un essere vivente, sia pure una pianta.

Stessa cosa è brevettare un farmaco. In questo caso non si fa altro che impedire la produzione di prodotto generico con le stesse caratteristiche biochimiche. In altre parole significa farne il prezzo e costringere il mercato a congelare le regole della concorrenza, non certo elemento rivoluzionario nell'equilibrio del mondo ma quanto meno di equità. Anche in questo caso si tralascia come poco importante ogni valutazione sul destino dell'umanità e su un diritto elementare come quello alla salute.


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