L'Onu ha pochi dubbi:
biotech meglio della fame, se governato
Egitto e Argentina, questi i Paesi scelti
dall'Onu come esempi di pianificazione per la ricerca biotecnologica in campo alimentare.
L'indicazione si coglie dal rapporto sullo sviluppo umano dello scorso anno, quando le
Nazioni Unite non hanno avuto timore di indicare nel biotech alimentare l'unica salvezza
possibile per i Paesi in via di sviluppo. Scelta discutibile vista con gli occhi
dell'Occidente, per ammissione dalle stessa Onu, ma ampiamente argomentata dalle Nazioni
Unite e dalle agenzie internazionali collegate, prima fra tutte la Fao.
Jacques Diouf , direttore generale della Fao in più di un'occasione ha dichiarato che il
dibattito in proposito deve essere "più costruttivo" e che "tutti gli
sforzi devono essere diretti ad assicurare che i potenziali benefici della biotecnologia,
con la necessaria salvaguardia della salute e dell'ambiente, siano impiegati ad assicurare
maggiore ricchezza a ciascuno, compresi i poveri e i più svantaggiati".
L'Onu e la Fao calcolano in 800 milioni le persone insidiate dalla fame e dalla
malnutrizione, aggiungendo che l'agricoltura tradizionale non è sufficiente a soddisfare
le esigenze di intere popolazioni. In questo ragionamento trovano alleati nei Paesi più
poveri, non senza qualche cautela. E' il caso di Artunduaga Salas, capo della Colombia's
National Biosafety Commission, che un anno fa, alla presentazione del rapporto Onu non
trascurò di avvertire che vanno tenuti sotto controllo i "possibili impatti
avversi" delle biotecnologie. Il problema, secondo tefan Morávek capo della
commissione insediata dalla Slovacchia, è trovare una compatibilità
"accettabile" fra la necessità di ricorrere alle biotecnologie e la
salvaguardia della salute e degli standard etici e morali.
Il problema non è dunque di brevetti o di mode, come sembra spesso guardandolo da questa
parte del mondo. Piuttosto di correttezza dell'approccio e di riduzione del danno, almeno
in attesa che il volto buono della globalizzazione, se mai è possibile, si manifesti con
una redistribuzione della ricchezza come è stato auspicato nella recente conferenza di
Roma sulla "glocalizzazione". |