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Il punto della settimana

11 maggio 2002

L'Onu ha pochi dubbi:
biotech meglio della fame, se governato

Egitto e Argentina, questi i Paesi scelti dall'Onu come esempi di pianificazione per la ricerca biotecnologica in campo alimentare. L'indicazione si coglie dal rapporto sullo sviluppo umano dello scorso anno, quando le Nazioni Unite non hanno avuto timore di indicare nel biotech alimentare l'unica salvezza possibile per i Paesi in via di sviluppo. Scelta discutibile vista con gli occhi dell'Occidente, per ammissione dalle stessa Onu, ma ampiamente argomentata dalle Nazioni Unite e dalle agenzie internazionali collegate, prima fra tutte la Fao.
Jacques Diouf , direttore generale della Fao in più di un'occasione ha dichiarato che il dibattito in proposito deve essere "più costruttivo" e che "tutti gli sforzi devono essere diretti ad assicurare che i potenziali benefici della biotecnologia, con la necessaria salvaguardia della salute e dell'ambiente, siano impiegati ad assicurare maggiore ricchezza a ciascuno, compresi i poveri e i più svantaggiati".
L'Onu e la Fao calcolano in 800 milioni le persone insidiate dalla fame e dalla malnutrizione, aggiungendo che l'agricoltura tradizionale non è sufficiente a soddisfare le esigenze di intere popolazioni. In questo ragionamento trovano alleati nei Paesi più poveri, non senza qualche cautela. E' il caso di Artunduaga Salas, capo della Colombia's National Biosafety Commission, che un anno fa, alla presentazione del rapporto Onu non trascurò di avvertire che vanno tenuti sotto controllo i "possibili impatti avversi" delle biotecnologie. Il problema, secondo Štefan Morávek capo della commissione insediata dalla Slovacchia, è trovare una compatibilità "accettabile" fra la necessità di ricorrere alle biotecnologie e la salvaguardia della salute e degli standard etici e morali.
Il problema non è dunque di brevetti o di mode, come sembra spesso guardandolo da questa parte del mondo. Piuttosto di correttezza dell'approccio e di riduzione del danno, almeno in attesa che il volto buono della globalizzazione, se mai è possibile, si manifesti con una redistribuzione della ricchezza come è stato auspicato nella recente conferenza di Roma sulla "glocalizzazione".


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