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Il punto della settimana

27 luglio 2002

 

Quanti rischi nella bioingegneria degli ibridi

Al Camel Reproduction Center, un laboratorio a circa venti chilometri da Dubai, nel 1998 è nato il primo "Cama" del mondo, incrocio tra un cammello maschio e un lama femmina. La sua nascita è frutto dell'impegno di Julian Skidmore, una giovane ricercatrice britannica arruolata dallo sceicco Mohammed ibn Rashid al Maktum, grande appassionato di corse di cammelli, proprio per sviluppare le potenzialità agonistiche degli animali, ma anche per migliorarne le prestazioni come mezzi di trasporto nel deserto. Rama è nato quattro anni fa grazie a una inseminazione artificiale, ma, purtroppo, oltre ad essere quasi certamente sterile, come spesso accade negli incroci, sembra aver preso dai genitori le caratteristiche peggiori, mentre avrebbe dovuto avere il pelo soffice e il carattere docile della mamma, le zampe slanciate e la corporatura possente del papà. "Noi speriamo che abbia le qualità migliori di entrambi gli animali" aveva detto la Skidmore alla sua nascita; "Se riusciamo a combinare le migliori qualità di entrambi gli animali, potremo avere un super animale". Questo era il progetto iniziale della scienziata, invece qualcosa è andato per il verso sbagliato; dobbiamo forse considerarlo un semplice errore di calcolo?
La verità è che l'uomo da sempre ha manipolato e modificato gli elementi di natura che lo interessavano per adattarli alle proprie esigenze. Tuttavia, anche i più esperti allevatori e coltivatori procedevano a tentoni, adottando criteri largamente empirici. Le cose sono cambiate negli ultimi anni con lo sviluppo dell'ingegneria genetica. Essa ha implicato la possibilità di isolare per la prima volta singoli geni dalla massa di tutti gli altri. Il gene che contiene le istruzioni per produrre un certo carattere biologico può così essere analizzato per poi eventualmente essere modificato e inserito in una cellula o in un organismo. Sì è così pensato che poteva essere utile modificare in maniera mirata il patrimonio genetico di animali e piante per raggiungere gli obiettivi desiderati. Nei moderni laboratori di biotecnologia, le possibilità di ricombinazione sono infinite. Stiamo iniziando a riprogrammare i codici genetici degli organismi viventi per soddisfare i nostri bisogni e le implicazioni sono enormi e spesso imprevedibili.
Nel 1983, Ralph Brinster, dell'Università della Pennsylvania, inserì in embrioni di topo i geni umani che regolano la sintesi degli ormoni della crescita. I topi espressero i geni umani e si svilupparono con una rapidità più che doppia del normale. A tutt'oggi esiste una linea di topi che continua a esprimere i geni umani per gli ormoni della crescita. I geni umani sono stati quindi permanentemente incorporati nel corredo cromosomico di questi animali.
Nel 1984 in Inghilterra alcuni scienziati fusero tra loro cellule embrionali di capra e di pecora, trasferendo l'embrione che ne risultò in un animale che diede origine a un ibrido capra/pecora.
Nel 1986 alcuni scienziati presero il gene che codifica l'emissione della luce nella lucciola e lo inserirono nel codice genetico di una pianta di tabacco le cui foglie cominciarono a brillare. All'Università di Adelaide, in Australia, gli scienziati hanno sviluppato una nuova generazione di maiali, trattati con l'ingegneria genetica, che sono più efficienti e che sono disponibili sul mercato sette settimane prima di quelli normali.
Per millenni dunque abbiamo incrociato animali e piante, ma per lungo tempo, siamo stati limitati in quello che realmente avremmo potuto realizzare dai vincoli naturali posti dai confini delle specie. Gli animali ibridi sono di solito sterili e gli ibridi delle piante non tramandano tutti i loro tratti. Ma l'ingegneria genetica può superare anche queste limitazioni. Grazie ad essa, la manipolazione viene fatta non a livello di specie, bensì a livello genetico. Gli ibridi bioingegnerizzati, proprio perché vivi, sono imprevedibili. Inoltre si riproducono, crescono e si spostano. Infine, una volta liberati, è praticamente impossibile farli ritornare in laboratorio, soprattutto se sono microscopici. Insomma per quanto interessante possa essere la ricerca in questo campo rimane il fatto che ci muoviamo ancora su un terreno sconosciuto e che ogni animale ottenuto con la manipolazione genetica rappresenta ancora un potenziale pericolo per il nostro ecosistema.


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