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Il punto della settimana

16 novembre 2002

 

 

Ogm d.o.c.: presto sulla tavola i vini transgenici

Chissà se al salone del vino di Torino si discuterà anche, tra una degustazione e l’altra, del tema che sta infiammando gli animi dei viticoltori da diversi mesi, per l’esattezza dallo scorso febbraio, quando la Commissione Europea ha emanato una direttiva che autorizza la commercializzazione delle viti prodotte geneticamente. L’approvazione della direttiva comunitaria, da recepire entro il 23 febbraio 2003, rende urgente la discussione sul tema, per individuare la linea da adottare in Italia.
Le Città del Vino, l’associazione nazionale che raggruppa oltre 480 Comuni italiani nei cui territori si produce vino doc e docg per prime si sono schierate contro l’ipotesi di un vino Ogm. "La nostra preoccupazione per il vino transgenico - ha dichiarato il Presidente delle Città del Vino, Paolo Saturnini, - è legata al fatto che la Comunità Europea ha autorizzato l’introduzione degli Ogm nel mercato del materiale vegetativo della vite, rimuovendo qualsiasi riserva espressa e mantenuta in precedenza. Non siamo contrari pregiudizialmente alla ricerca, ma crediamo che ci si debba muovere con i piedi di piombo, valutando bene tutte le possibili implicazioni e applicando un principio cautelativo, finché non saranno compiuti studi approfonditi."
Secondo il direttore dell’ Assobiotec Leonardo Vingiani, invece, se vorremo ancora bere vini dell’ Oltrepò pavese o dell’Alessandrino non potremo assolutamente fare a meno di ricorrere alle biotecnologie, perché i vitigni di queste zone sono attaccati dai parassiti che causano forti perdite nelle coltivazioni e un calo di qualità dei vini. Per questo motivo ha criticato l’iniziativa dei Verdi, che hanno sottoscritto un disegno di legge per impedire che in Italia vengano avviate ricerche sui vitigni geneticamente modificati, ricordando che le biotecnologie sono il mezzo più idoneo e sicuro per introdurre una resistenza ai virus, ai parassiti, e alle mutevoli condizioni climatiche, lasciando inalterate le caratteristiche organolettiche della singola varietà.
Anche Francesco Sala, uno dei maggiori esperti italiani di piante geneticamente modificate, si era espresso qualche tempo fa a favore delle biotecnologie: "I nostri migliori vitigni sono stati selezionati anni addietro perché producessero uve di pregio. Ma in genere sono meno resistenti ai parassiti e hanno bisogno di molti antiparassitari. La soluzione migliore sarebbe coltivare con metodi biologici vigne geneticamente modificate che producano vino privo sia di residui di fitofarmaci, sia di tossine".

Tuttavia, se abbiamo ben interpretato le obiezioni dei viticoltori italiani, in discussione non è certo la ricerca, se permette un effettivo miglioramento dei vitigni esistenti per alzare la qualità del prodotto. Sotto accusa è invece la manipolazione genetica finalizzata a realizzare in laboratorio vitigni uguali per tutte le latitudini e territori.
Altro problema legato ai vitigni Ogm è poi la questione dell'etichettatura; se il vino ottenuto da viti geneticamente modificate non avrà l’obbligo di essere denominato come tale, verrà equiparato a quello prodotto con uve tradizionali pur non avendo nulla a che vedere con il millenario legame del vino con la sua terra , con l’ambiente che lo circonda e con il lavoro dei viticoltori.
La maggiore preoccupazione per un’eventuale introduzione di viti geneticamente modificate è stata manifestata dagli stessi produttori che temono di pagare in prima persona una scelta pro Ogm da parte dell’Italia, che metterebbe in crisi l’immagine dei vini doc italiani, basata sul territorio e sui vitigni autoctoni.
Sia consentita una domanda. Se un vino di qualità ha senso quando contiene i profumi, i sapori, la storia di un territorio e di una cultura, che senso ha ricrearlo in provetta?

Marina Viola


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