Uno scudo chiamato genetica
La banca del Dna è utile nella lotta ad Al Qaeda?
Gli esperti ne sono convinti Purché la tecnologia venga usata anche in altri campi
Dalla biometria ai sensori anti bomba
Prelievo forzoso di Dna dalla saliva. Tra le novità previste dal cosiddetto pacchetto
Pisanu antiterrorismo, è questa sicuramente la misura che ha scatenato più polemiche.
C'è il rischio di una schedatura di massa dei codici genetici? C'è la possibilità che,
attraverso il Dna, si scoprano malattie che magari rientrano nel diritto alla privacy?
"Macché. Noi ci lavoriamo da anni e sappiamo che il database sarà utile solo
all'identificazione di un individuo quando falsifica il nome e non se ne hanno le impronte
digitali. Tutto qui". Leonardo Santi, presidente del Comitato Nazionale per la
Biosicurezza e le Biotecnologie (Cnbb) non ha dubbi: la banca dati del codice genetico non
è una misura da Grande Fratello orwelliano e può risultare molto utile nella lotta al
terrorismo. "In tutti i paesi occidentali l'archivio genetico dei criminali è una
misura normale; sarebbe sciocco non utilizzarlo", continua Santi: "In America
proprio qualche settimana fa il presidente Bush ha stanziato un miliardo di dollari per i
prossimi cinque anni a favore della Dna Initiative, un programma per aiutare i singoli
stati Usa ad allargare i loro archivi genetici dove finiscono non solo i criminali, ma
anche i sospetti". Lo stesso Cnbb aveva proposto al Parlamento qualche mese fa
qualcosa di molto simile per i criminali in genere. "Il funzionamento è piuttosto
semplice", continua Santi: "Dopo l'autorizzazione del pm si può prelevare il
campione biologico (saliva, secondo il decreto) e conservarlo in azoto liquido, in modo
che non si deteriori, per 40 anni. Tutti i dati, poi, saranno trasformati in un codice
digitale per essere inseriti in computer connessi agli archivi degli altri paesi. Per
allestire il database e mettere in moto tutta la macchina organizzativa servono circa due
milioni di euro e più di 800 mila euro l'anno per i normali costi di gestione, personale
escluso".
Ma la banca del Dna, utile a fini investigativi o al limite come deterrente, è soltanto
uno dei tanti strumenti che la scienza e la tecnologia possono mettere in campo per
contrastare attacchi terroristici che di solito sono estremamente 'low tech' (si pensi
alle Torre Gemelle, ma anche alle bombe di Madrid e Londra) eppure devastanti. Uno dei
settori su cui più si sta investendo è quello dei sensori capaci di individuare sostanze
pericolose, come i laser a frequenze altissime in grado di 'attraversare' superfici e
individuare esplosivi e armi in genere. Alcuni di questi strumenti sono già in commercio
e vengono utilizzati sperimentalmente in diversi aeroporti Usa. Sempre negli Stati Uniti
si punta anche su microrobot come quelli sviluppati da un team di ricercatori
dell'Università del Wyoming (Usa) che riescono a rilevare la presenza di sostanze
tossiche. L'idea di un attacco batteriologico ha portato gli americani a lavorare in
particolare sul 'bioshield' (bioscudo) a cui sono state dedicate risorse per sei miliardi
di dollari per i prossimi dieci anni. L'obiettivo è quello di trovare 'contromisure
mediche' per possibili attacchi bioterroristici che possano riportare in Occidente
malattie ormai sradicate: in altre parole creare una scorta di vaccini, terapie e farmaci
in grado di mettere KO un attacco biologico. "I microrganismi che ci potrebbero
colpire sono di due tipi: batteri, responsabili di antrace, peste e botulismo, e virus che
causano vaiolo, ebola, lassa, febbre gialla ed encefaliti", spiega Enrico Magliano,
presidente dell'Associazione Microbiologi Clinici Italiani. Oltre a una rete di piccoli
laboratori pronti per la prima diagnosi, nel nostro paese i centri di eccellenza
(coordinati dall'Istituto Superiore di Sanità) sono sparsi nel territorio da Nord a Sud:
l'Ospedale Luigi Sacco di Milano, l'Istituto Lazzaro Spallanzani di Roma o l'Ospedale
Ascoli Tomaselli di Catania, solo per citarne alcuni. L'Italia è poi uno dei paesi
all'avanguardia nella lotta al bacillo dell'antrace. Presso l'Istituto Zooprofilattico
Sperimentale della Puglia e della Basilicata si stanno conducendo ricerche per la messa a
punto di un vaccino di nuova generazione contro l'antrace. La lotta contro questa
polverina bianca di facile reperimento passa anche attraverso altre scoperte.
"Abbiamo individuato una molecola non tossica per l'organismo umano (proviene dal tè
verde) capace di inibire le tossine dell'antrace", dice Cesare Montecucco, del
dipartimento di Scienze Biomediche dell'Università di Padova: "Per ora siamo
arrivati a un grado di protezione del 50-60 per cento ma contiamo, nel breve termine, di
alzare questa percentuale".
"Se il pericolo bioterrorismo dovesse rimanere tale nei prossimi anni, potrebbero
tornare vaccinazioni di massa, come quella contro il vaiolo finita oltre venti anni
fa", continua Magliano. Per contrastare queste patologie è infatti meglio
prevenirle: nel caso dei virus, per esempio, è infatti difficile una diagnosi precoce
utile a salvare la vita. Inoltre, alcune malattie (per esempio quelle virali) sono
trasmissibili e non c'è bisogno di essere stati a contatto con la fonte primaria
dell'infezione. "Speriamo solo che i batteri o i virus immessi nell'ambiente dai
terroristi non siano geneticamente modificati", dice Magliano. In questo caso
cambierebbero le carte in tavola e si dovrebbe ricominciare tutto (o quasi) da capo per
trovare una terapia efficace.
E se da una parte medici e biologi si stanno dando da fare per scongiurare i pericoli del
bioterrorismo, dall'altro lato non è da meno il lavoro di fisici e ingegneri informatici
ed elettronici. A maggio l'Fbi ha per esempio annunciato la nascita di Sentinel (pronto
fra tre anni e il cui costo, secondo indiscrezioni, sarà di 600 milioni di dollari), un
network di computer di ultima generazione collegati da una rete ad altissima velocità
capace di unire gli archivi di tutti i dipartimenti statunitensi. Il tutto condito da
un'infrastruttura informatica capace di comparare i dati di fermati e sospetti,
soprattutto quelli biometrici, utili per l'identificazione. Sempre nel campo
dell'identificazione il Senato americano ha recentemente approvato il Real-ID Act, un
documento che porterà alla nascita di carte di identità o patenti impossibili da
falsificare munite di chip su cui sono scritte le principali informazioni di una persona:
da quelle biometriche a quelle anagrafiche. In Europa si lavora molto sulla creazione di
reti di telecamere capaci, attraverso un apposito software, di riconoscere volti e
movimenti sospetti: per esempio una persona che negli ambienti della metropolitana si
muove nel senso contrario del flusso delle altre persone. "Si tratta una tecnologia a
cui stiamo lavorando da tempo", spiega Giancarlo Grasso, direttore centrale tecnico
di Finmeccanica. "Il problema nel sorvegliare un luogo non è infatti il numero delle
telecamere: oggi ce ne sono tantissime e come è successo a Londra riescono a individuare
perfino gli attentatori. Ma dopo l'attacco. Bisogna quindi dotarle di una 'intelligenza'
che permetta loro di capire cosa riprendono. E, possibilmente, mettere in correlazione le
loro informazioni con quelle registrate con altri mezzi. In modo che l'attacco possa
essere prevenuto".
Federico Ferrazza
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