Le cellule del feto
che curano le madri
Intervista a Diana Bianchi sullo strano ruolo delle
staminali fetali
La Corte costituzionale si è pronunciata: quattro quesiti referendari sono
ammissibili. In un giorno tra aprile e giugno tutti potremo decidere, tra l'altro, se la
sperimentazione sulle cellule embrionali sarà consentita. Stabiliremo se anche gli
scienziati italiani potranno indagare sulla "clonazione terapeutica", tecnica
che non ha lo scopo di creare improbabili fotocopie umane, ma di riparare gravi lesioni
agli organi o curare importanti malattie degenerative come l'Alzheimer, il morbo di
Parkinson e la sclerosi multipla.
Nel frattempo, senza aspettare né il parere dei cittadini italiani né quello di alcun
comitato di bioetica, pare che loro, le cellule embrionali, si siano prese la libertà di
portare avanti la sperimentazione da sole. Sfruttando le grandi capacità rigenerative di
cui sono dotate, sembra riescano a riparare i danni agli organi dell'individuo a loro più
caro: la madre che le ha concepite.
E' una donna, negli Stati Uniti, ad aver scoperto che in natura la sperimentazione sulle
cellule staminali embrionali è già molto più avanti rispetto a quella che si conduce in
modo tanto tormentato nei laboratori di ricerca. Si chiama Diana Bianchi e ha chiare
origini italiane: il cognome è quello del padre, emigrato a New York da San Colombano al
Lambro (in provincia di Milano) nei primi anni cinquanta. Un giorno alla settimana Diana
Bianchi è un medico della Tufts University School of Medicine di Boston; cura donne con
patologie riproduttive legate a cause genetiche e si occupa di consulenze alle famiglie
nelle quali è nota la presenza di malattie ereditarie.
Negli altri quattro giorni lavorativi è una ricercatrice. Da molti anni il suo
laboratorio ha l'obiettivo di mettere a punto nuove tecniche di diagnosi prenatale: la
speranza è che un giorno, con un solo prelievo di sangue materno, si possa diagnosticare
se il nascituro sarà affetto da un'anomalia cromosomica, come la sindrome di Down, o da
malattie genetiche come la distrofia muscolare o la fibrosi cistica. In sostanza, un
progetto di ricerca per superare tecniche invasive come amniocentesi e villocentesi,
fondato sul fatto che alcune cellule fetali, durante la gravidanza, attraversano la
placenta ed entrano nel flusso sanguigno della madre.
Fin qui una storia dalle prospettive interessanti, ma tutto sommato abbastanza normale. Un
giorno, però, nel tranquillo laboratorio del Massachusetts accade qualcosa che accende i
riflettori sul lavoro che vi si svolge. Molte persone cominciano a interessarsi agli studi
di Diana Bianchi, perché potrebbe aver trovato una nuova fonte di cellule staminali; una
fonte che non pone problemi di carattere etico. E' una strana scoperta: alcune cellule
fetali rimangono nel sangue materno per molti anni (fino a 27) dopo la gravidanza. E non
restano solo nel sangue; a quanto pare si ritrovano anche in alcuni organi della madre e
con un ruolo quanto mai singolare: quello di indispensabili pezzi di ricambio.
Tempo Medico ha posto alcune domande a Diana Bianchi su questa affascinante scoperta.
Come è possibile che cellule del feto resistano così a lungo nel sangue materno?
Queste cellule hanno le caratteristiche tipiche delle cellule staminali: hanno la
capacità di riprodursi rapidamente; normalmente restano nel sangue, nel midollo osseo o
nella milza, ma se c'è bisogno possono recarsi in un organo malato e ripopolare.
Cosa significa "ripopolare"?
Significa che possono essere utilizzate come materia prima per rigenerare parti
dell'organo. Per esempio, noi abbiamo studiato donne, madri di figli maschi, con malattie
alla tiroide. Nella parte sana dell'organo le cellule fetali (riconoscibili perché di
tipo maschile) restano nel sangue, ma nella parte malata le stesse cellule si trasformano
in cellule della tiroide, per curare la lesione. La tiroide diventa così una sorta di
chimera, formata da un miscuglio di cellule d'origine materna e fetale. Dal mio punto di
vista, questa è la prova evidente che le cellule fetali hanno un ruolo nel riparare le
malattie della madre.
E se fosse il contrario? Non potrebbero essere le cellule fetali a creare il danno?
Ce lo siamo chiesto. Nei topi abbiamo incrociato femmine e maschi modificati con marcatori
genetici che rendessero riconoscibili le cellule fetali e abbiamo poi indotto danni
corporei alle madri. Le cellule fetali si recano dove si induce la lesione ed esprimono
geni specifici. Abbiamo anche cercato le cellule fetali nei tumori e ne abbiamo trovate
poche. Sempre in quantità tali da far pensare che non siano state loro a creare il
tumore.
C'è chi sostiene che queste cellule possano essere all'origine di malattie autoimmuni,
più frequenti nelle donne che negli uomini.
Non è mai stata trovata alcuna prova di questo, anche se in alcuni casi si trova un
aumento delle cellule fetali in donne affette da malattie autoimmuni. Noi riteniamo che le
cellule fetali si trovino lì perché stanno reagendo contro il processo patologico, non
perché lo stanno causando.
In sostanza più effetti positivi che negativi?
Noi la pensiamo proprio così: si tratta di un dono naturale che la madre riceve con la
gravidanza. E dato che la gravidanza è molto impegnativa in termini fisici (il feto deve
essere nutrito a lungo, il parto comporta perdita di sangue), è bello credere che vi sia
un tornaconto. Anche da un punto di vista evolutivo si può pensare che qualsiasi feto
"desideri" che la propria madre sopravviva, per cui è sensato che esistano
meccanismi per assicurarne la salute.
Questo potrebbe anche spiegare perché le donne sono più longeve degli uomini?
Ce lo siamo chiesto: in quasi tutti i paesi del mondo le donne vivono più a lungo degli
uomini, ma perché? Nessuno realmente lo sa. Nessuno si è mai posto la domanda se ciò
riguardi tutte le donne o solo quelle che hanno avuto figli.
Cosa ne pensa della controversia cellule staminali embrionali/adulte?
Personalmente sono una sostenitrice della ricerca sulle cellule staminali embrionali,
negli Stati Uniti limitata dal fatto che non può essere finanziata con fondi federali. Il
nostro lavoro però non pone problemi su questo fronte, la ricerca è stata approvata dal
comitato di bioetica dell'ospedale. Quando prendiamo campioni di sangue o di tessuti,
chiediamo solo il consenso a una donna adulta. Ma l'esperienza del mio lavoro di ricerca
mi insegna una cosa che vorrei dire a chi fa sperimentazione su cellule staminali
prelevate da adulti: bisognerebbe controllare meglio ogni campione utilizzato. Io mi sono
chiesta perché vi siano tanti contrasti sulle potenzialità effettive delle cellule
staminali adulte: alcuni sostengono che siano efficaci nel riparare lesioni a molti
organi, altri non riescono a ottenere gli stessi esiti. Dal mio punto di vista questi
risultati scientifici poco chiari potrebbero dipendere dal fatto che quando si prende un
campione di cellule staminali da un adulto, non si specifica mai se provengono da un uomo
o da una donna. Né se derivano da una donna che non ha mai avuto figli o da una donna che
ha avuto almeno una gravidanza. E non mi sembra irrilevante, perché in questo ultimo caso
potrebbe trattarsi di un miscuglio di cellule staminali adulte e fetali. Così i buoni
risultati potrebbero dipendere solo dall'eventuale presenza di queste ultime.
I mezzi di comunicazione si concentrano sulla controversia cellule staminali adulte o
embrionali, ma la realtà è davvero molto più complessa e potrebbe non esserci una
distinzione così chiara.
Anna Piseri
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