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2 febbraio 2005

tratto da Panorama

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I geni del cancro? Sfuggenti
A cinque anni di distanza, un bilancio dei risultati ottenuti nella pratica clinica grazie alla conoscenzadel dna umano

Sono passati quasi cinque anni dal completamento del Progetto genoma, la mappatura del corredo genetico umano. Come in altri campi della ricerca biomedica, anche in quella sul cancro, malattia dei geni per eccellenza, sono state pronosticate importanti ricadute nella conoscenza e nella cura dei tumori. A che punto sono i ricercatori? Traccia il bilancio un numero speciale dell’European Journal of cancer, curato dal Nobel Renato Dulbecco e da Maurizio D’Incalci, direttore del Dipartimento di oncologia dell’Istituto Mario Negri a Milano.
La realtà, ammettono i due scienziati, «è lontana dall’essere soddisfacente», visto che il cancro rappresenta ancora la seconda causa di morte in Europa ed è diventato la prima negli Usa. Uno dei principali ostacoli è la complessità della malattia, emersa anche grazie agli studi di genomica. «Caratteristica del cancro che spesso perfino i ricercatori tendono a dimenticare è la sua instabilità genetica, la capacità di eludere i farmaci cambiando continuamente identità genetica, un fatto che lo rende molto più difficile da attaccare rispetto, per esempio, alle malattie cardiovascolari» spiega D’Incalci.
Negli ultimi anni la ricerca ha cercato di identificare a uno a uno i geni che, mutati, danno luogo ai vari tipi di tumore. Un approccio che, come i ricercatori iniziano ad ammettere, non ha fornito risultati eclatanti. Per alcuni tumori, come quello del seno, sono stati individuati geni che aumentano in modo significativo il rischio, ma l’associazione riguarda un numero ristretto di casi. Questa caccia al singolo gene non è stata abbandonata (è di pochi giorni fa la notizia della scoperta di un gene, chiamato «pokemon», che sarebbe un interruttore centrale del cancro), ma i risultati in termini di cure sono per ora scarsi. Nuove tecnologie come i dna chip, che consentono l’analisi di migliaia di geni contemporaneamente, hanno però fatto cambiare in parte l’indirizzo della ricerca.
«Si è passati da un approccio completamente riduzionistico, in cui ogni laboratorio studiava per anni e anni un unico gene, al riconoscimento dell’enorme complessità dei tumori e del grande numero di geni coinvolti, che probabilmente influenzano in modo minimo il rischio» osserva D’Incalci. «Nei prossimi due o tre anni la sfida sarà capire come i tumori possono essere caratterizzati in base all’analisi molecolare invece che al loro aspetto al microscopio». In questo ambito si sono avuti i primi risultati pratici dello sforzo di analizzare il cancro da un punto di vista genomico. Si è cominciato a capire che tumori apparentemente identici non lo sono affatto. «Per quelli del seno e i linfomi, per esempio, si è riusciti a individuare con i chip a dna gruppi di pazienti le cui malattie non sono più classificabili in modo tradizionale, in base allo stadio del tumore e alle sue caratteristiche istologiche, e la cui prognosi varia» continua D’Incalci.
Lo stesso vale per l’utilizzo dei farmaci: si inizia a prevedere quali pazienti ne trarranno beneficio. Si è visto per esempio nel tumore al polmone: una minoranza di malati, come alcuni studi hanno dimostrato, risponde abbastanza bene a farmaci di ultima generazione, mirati contro precisi recettori sulle cellule tumorali, come il gefitinib e l’erlotinib. I ricercatori hanno scoperto alcune delle caratteristiche molecolari dei tumori che li rendono sensibili proprio a questi farmaci.
L’altra strada che si apre all’oncologia molecolare è la diagnosi precoce attraverso la ricerca di marker del tumore nel sangue, prima che la malattia si manifesti. Se ne è parlato per la scoperta di una proteina che sarebbe associata con il tumore dell’ovaio. Il test diagnostico, però, non è ancora considerato valido dalla comunità scientifica.

Chiara Palmerini


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