I geni del cancro?
Sfuggenti
A cinque anni di distanza, un bilancio dei risultati
ottenuti nella pratica clinica grazie alla conoscenzadel dna umano
Sono passati quasi cinque anni dal completamento del Progetto genoma, la mappatura del
corredo genetico umano. Come in altri campi della ricerca biomedica, anche in quella sul
cancro, malattia dei geni per eccellenza, sono state pronosticate importanti ricadute
nella conoscenza e nella cura dei tumori. A che punto sono i ricercatori? Traccia il
bilancio un numero speciale dellEuropean Journal of cancer, curato dal Nobel Renato
Dulbecco e da Maurizio DIncalci, direttore del Dipartimento di oncologia
dellIstituto Mario Negri a Milano.
La realtà, ammettono i due scienziati, «è lontana dallessere soddisfacente»,
visto che il cancro rappresenta ancora la seconda causa di morte in Europa ed è diventato
la prima negli Usa. Uno dei principali ostacoli è la complessità della malattia, emersa
anche grazie agli studi di genomica. «Caratteristica del cancro che spesso perfino i
ricercatori tendono a dimenticare è la sua instabilità genetica, la capacità di eludere
i farmaci cambiando continuamente identità genetica, un fatto che lo rende molto più
difficile da attaccare rispetto, per esempio, alle malattie cardiovascolari» spiega
DIncalci.
Negli ultimi anni la ricerca ha cercato di identificare a uno a uno i geni che, mutati,
danno luogo ai vari tipi di tumore. Un approccio che, come i ricercatori iniziano ad
ammettere, non ha fornito risultati eclatanti. Per alcuni tumori, come quello del seno,
sono stati individuati geni che aumentano in modo significativo il rischio, ma
lassociazione riguarda un numero ristretto di casi. Questa caccia al singolo gene
non è stata abbandonata (è di pochi giorni fa la notizia della scoperta di un gene,
chiamato «pokemon», che sarebbe un interruttore centrale del cancro), ma i risultati in
termini di cure sono per ora scarsi. Nuove tecnologie come i dna chip, che consentono
lanalisi di migliaia di geni contemporaneamente, hanno però fatto cambiare in parte
lindirizzo della ricerca.
«Si è passati da un approccio completamente riduzionistico, in cui ogni laboratorio
studiava per anni e anni un unico gene, al riconoscimento dellenorme complessità
dei tumori e del grande numero di geni coinvolti, che probabilmente influenzano in modo
minimo il rischio» osserva DIncalci. «Nei prossimi due o tre anni la sfida sarà
capire come i tumori possono essere caratterizzati in base allanalisi molecolare
invece che al loro aspetto al microscopio». In questo ambito si sono avuti i primi
risultati pratici dello sforzo di analizzare il cancro da un punto di vista genomico. Si
è cominciato a capire che tumori apparentemente identici non lo sono affatto. «Per
quelli del seno e i linfomi, per esempio, si è riusciti a individuare con i chip a dna
gruppi di pazienti le cui malattie non sono più classificabili in modo tradizionale, in
base allo stadio del tumore e alle sue caratteristiche istologiche, e la cui prognosi
varia» continua DIncalci.
Lo stesso vale per lutilizzo dei farmaci: si inizia a prevedere quali pazienti ne
trarranno beneficio. Si è visto per esempio nel tumore al polmone: una minoranza di
malati, come alcuni studi hanno dimostrato, risponde abbastanza bene a farmaci di ultima
generazione, mirati contro precisi recettori sulle cellule tumorali, come il gefitinib e
lerlotinib. I ricercatori hanno scoperto alcune delle caratteristiche molecolari dei
tumori che li rendono sensibili proprio a questi farmaci.
Laltra strada che si apre alloncologia molecolare è la diagnosi precoce
attraverso la ricerca di marker del tumore nel sangue, prima che la malattia si manifesti.
Se ne è parlato per la scoperta di una proteina che sarebbe associata con il tumore
dellovaio. Il test diagnostico, però, non è ancora considerato valido dalla
comunità scientifica.
Chiara Palmerini |