Il cervello felice
Il buonumore e l'ottimismo in qualche modo proteggono cuore e polmoni,
abbassano la pressione, potenziano le difese immunitarie.
Solo da poco gli scienziati hanno iniziato a occuparsi della neurochimica
delle emozioni positive. E le sorprese non mancano.
Richard Davidson era in un laboratorio a osservare un monaco buddista mentre entrava
serenamente in stato di meditazione, quando notò qualcosa che fece salire il battito
cardiaco del religioso alle stelle. Davidson, professore di psicologia e psichiatria
all'Università del Wisconsin, andò subito a controllare sullo schermo del computer i
dati provenienti dagli elettrodi attaccati al cranio del monaco, ma non c'era alcun
errore: l'attività elettrica del lobo prefrontale sinistro del cervello del monaco stava
aumentando a un ritmo impressionante. «È stato emozionante» ricorda Davidson. «Non ci
aspettavamo di vedere qualcosa di così straordinario».
All'epoca della scoperta, cinque anni fa, Davidson stava studiando il legame tra
l'attività del lobo prefrontale e quel tipo di beatitudine provata da coloro che
praticano la meditazione. Ma anche per un esperto vedere il cervello fremere in grande
attività quando una persona entra in una sorta di trance era inedito. Secondo Davidson,
la felicità non è solo una vaga e ineffabile sensazione, bensì una condizione fisica
del cervello che può anche essere indotta.
E non è tutto. Quando hanno scoperto le caratteristiche fisiche di un cervello felice, i
ricercatori hanno anche notato che tali tratti avevano potenti effetti sul resto del
corpo. Coloro che nei test psicologici raggiungono i punteggi più elevati nella
valutazione dello stato di felicità producono mediamente il 50 per cento in più di
anticorpi in risposta ai vaccini antinfluenzali e questo, a detta di Davidson, «fa una
gran bella differenza». Altri hanno visto che la felicità o i relativi stati mentali,
come la tendenza alla speranza, l'ottimismo e la gioia, sembrano ridurre il rischio o
almeno limitare la gravità di malattie cardiovascolari, polmonari, diabete, ipertensione,
e addirittura raffreddore e infezioni delle vie aeree superiori. Uno studio olandese
condotto su pazienti anziani e pubblicato in novembre ha mostrato che questi atteggiamenti
mentali positivi hanno dimezzato il rischio di morte nell'arco dei nove anni di durata
dell'osservazione.
È da tempo ormai che i medici sanno bene che la depressione, ossia l'esatto contrario
della felicità, può peggiorare le cardiopatie, il diabete e numerose altre malattie. La
neurochimica della depressione è molto più conosciuta di quella della felicità, perché
è stata studiata molto più a fondo e più a lungo. Fino a una decina d'anni fa, afferma
Dacher Keltner, psicologo dell'Università della California di Berkeley, «il 90 per cento
della ricerca sulle emozioni si concentrava su quelle negative, ed è per questo che siamo
ancora qui a porci tutte queste domande interessanti sullo stato positivo».
Ma che cos'è realmente la felicità? La parola, come osserva Davidson, «viene in realtà
utilizzata per descrivere una costellazione di stati emozionali positivi. È una
condizione di benessere in cui un individuo in genere non è motivato a cambiare il
proprio stato, anzi è motivato a prolungarlo. Si associa a una sensazione simile alla
voglia di abbracciare il mondo, ma le caratteristiche esatte e i confini di queste
sensazioni devono ancora essere definiti seriamente dalla ricerca scientifica».
Eppure, le persone esaminate possono dire agli studiosi in modo coerente quando si sentono
bene e le due tecnologie di visualizzazione del cervello utilizzate, la risonanza
magnetica funzionale (fMri), che rileva la circolazione del sangue nelle parti attive del
cervello, e l'elettroencefalogramma, che registra l'attività elettrica dei circuiti
neuronali, mostrano chiaramente che la corteccia prefrontale sinistra è il sito primario
della felicità.
«Siamo abbastanza sicuri che questa zona del cervello sia alla base di almeno certi tipi
di felicità» dice Davidson. Ciò suggerisce che ci sono persone geneticamente
predisposte a essere felici grazie a cortecce prefrontali molto attive, e la ricerca sul
neonato lo conferma.
Davidson ha misurato l'attività prefrontale sinistra nei bambini al di sotto di un anno
di età e poi li ha sottoposti a un test in cui le madri lasciavano la stanza per un breve
periodo. «Alcuni bambini scoppiano subito in un pianto disperato non appena la madre si
allontana» afferma lo scienziato. «Altri mostrano maggiori capacità di recupero». E
sembra che i bambini con una maggiore attività prefrontale sinistra siano quelli che non
piangono.
Michael D. Lemonick |