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25  febbraio 2005

tratto da Panorama

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Il cervello felice

Il buonumore e l'ottimismo in qualche modo proteggono cuore e polmoni, abbassano la pressione, potenziano le difese immunitarie.
Solo da poco gli scienziati hanno iniziato a occuparsi della neurochimica
delle emozioni positive. E le sorprese non mancano.

Richard Davidson era in un laboratorio a osservare un monaco buddista mentre entrava serenamente in stato di meditazione, quando notò qualcosa che fece salire il battito cardiaco del religioso alle stelle. Davidson, professore di psicologia e psichiatria all'Università del Wisconsin, andò subito a controllare sullo schermo del computer i dati provenienti dagli elettrodi attaccati al cranio del monaco, ma non c'era alcun errore: l'attività elettrica del lobo prefrontale sinistro del cervello del monaco stava aumentando a un ritmo impressionante. «È stato emozionante» ricorda Davidson. «Non ci aspettavamo di vedere qualcosa di così straordinario».
All'epoca della scoperta, cinque anni fa, Davidson stava studiando il legame tra l'attività del lobo prefrontale e quel tipo di beatitudine provata da coloro che praticano la meditazione. Ma anche per un esperto vedere il cervello fremere in grande attività quando una persona entra in una sorta di trance era inedito. Secondo Davidson, la felicità non è solo una vaga e ineffabile sensazione, bensì una condizione fisica del cervello che può anche essere indotta.
E non è tutto. Quando hanno scoperto le caratteristiche fisiche di un cervello felice, i ricercatori hanno anche notato che tali tratti avevano potenti effetti sul resto del corpo. Coloro che nei test psicologici raggiungono i punteggi più elevati nella valutazione dello stato di felicità producono mediamente il 50 per cento in più di anticorpi in risposta ai vaccini antinfluenzali e questo, a detta di Davidson, «fa una gran bella differenza». Altri hanno visto che la felicità o i relativi stati mentali, come la tendenza alla speranza, l'ottimismo e la gioia, sembrano ridurre il rischio o almeno limitare la gravità di malattie cardiovascolari, polmonari, diabete, ipertensione, e addirittura raffreddore e infezioni delle vie aeree superiori. Uno studio olandese condotto su pazienti anziani e pubblicato in novembre ha mostrato che questi atteggiamenti mentali positivi hanno dimezzato il rischio di morte nell'arco dei nove anni di durata dell'osservazione.
È da tempo ormai che i medici sanno bene che la depressione, ossia l'esatto contrario della felicità, può peggiorare le cardiopatie, il diabete e numerose altre malattie. La neurochimica della depressione è molto più conosciuta di quella della felicità, perché è stata studiata molto più a fondo e più a lungo. Fino a una decina d'anni fa, afferma Dacher Keltner, psicologo dell'Università della California di Berkeley, «il 90 per cento della ricerca sulle emozioni si concentrava su quelle negative, ed è per questo che siamo ancora qui a porci tutte queste domande interessanti sullo stato positivo».
Ma che cos'è realmente la felicità? La parola, come osserva Davidson, «viene in realtà utilizzata per descrivere una costellazione di stati emozionali positivi. È una condizione di benessere in cui un individuo in genere non è motivato a cambiare il proprio stato, anzi è motivato a prolungarlo. Si associa a una sensazione simile alla voglia di abbracciare il mondo, ma le caratteristiche esatte e i confini di queste sensazioni devono ancora essere definiti seriamente dalla ricerca scientifica».
Eppure, le persone esaminate possono dire agli studiosi in modo coerente quando si sentono bene e le due tecnologie di visualizzazione del cervello utilizzate, la risonanza magnetica funzionale (fMri), che rileva la circolazione del sangue nelle parti attive del cervello, e l'elettroencefalogramma, che registra l'attività elettrica dei circuiti neuronali, mostrano chiaramente che la corteccia prefrontale sinistra è il sito primario della felicità.
«Siamo abbastanza sicuri che questa zona del cervello sia alla base di almeno certi tipi di felicità» dice Davidson. Ciò suggerisce che ci sono persone geneticamente predisposte a essere felici grazie a cortecce prefrontali molto attive, e la ricerca sul neonato lo conferma.
Davidson ha misurato l'attività prefrontale sinistra nei bambini al di sotto di un anno di età e poi li ha sottoposti a un test in cui le madri lasciavano la stanza per un breve periodo. «Alcuni bambini scoppiano subito in un pianto disperato non appena la madre si allontana» afferma lo scienziato. «Altri mostrano maggiori capacità di recupero». E sembra che i bambini con una maggiore attività prefrontale sinistra siano quelli che non piangono.

Michael D. Lemonick


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