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9 giugno 2005

tratto da La Repubblica

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È etico trovare nuove cure dagli embrioni Il parere del ricercatore

 

Voterò si al primo quesito referendario, che vuole abrogare la norma che proibisce di creare nuove linee di cellule staminali embrionali. Il motivo di tale proibizione è legato al principio di "sacralità della vita umana", che viene esteso anche a trentamila embrioni congelati (allo stadio di 8 cellule), prodotti ma non utilizzati per fecondazione in vitro.
Molti di questi embrioni non sono più in grado di dare origine ad una blastocisti normale e pertanto non verrebbero impiantati. Contengono però al loro interno cellule che possono essere espiantate in coltura e dare origine a nuove linee di cellule staminali. Concettualmente quindi, il prelievo di queste cellule equivale al prelievo di un organo da cadavere. Inoltre, anche gli embrioni che potrebbero riprendere uno sviluppo normale non avrebbero comunque alcuna probabilità di vita senza un utero che li accolga e finora non risultano domande di adozione per alcuno dei circa 30.000 embrioni congelati in Italia.
Con alcuni di questi embrioni si potrebbero derivare diverse linee di cellule staminali embrionali con cui studiare a fondo, nei prossimi anni, la possibilità di impiegarle con successo per la terapia di molte malattie. Se per una data malattia si scoprisse che le cellule staminali "adulte" (quelle derivate dai tessuti del paziente stesso) mostrassero una migliore efficacia terapeutica rispetto alle staminali embrionali, il discorso sarebbe chiuso. Se per altre malattie (es: diabete) solo le cellule staminali embrionali si dimostrassero efficaci, si porrebbe il dilemma se sia lecito sacrificare una vita creata ad hoc per salvarne un'altra, quella di un paziente affetto da un male incurabile.
Si tratterebbe a questo punto di generare per trasferimento nucleare ("clonazione terapeutica") un "embrione" (anche se in realtà non sarebbe un embrione perché non deriva dalla fusione di un uovo e uno spermatozoo) da cui derivare cellule staminali embrionali le quali, avendo lo stesso DNA del paziente, potrebbero formare nuove cellule del cervello, del cuore o del fegato, assolutamente identiche e quindi naturalmente tollerate dal suo sistema immunitario.
Ritengo che questo procedimento sarebbe utile e lecito, anche per una considerazione sulle probabilità di vita. Se un embrione naturale ha meno di una probabilità su tre di nascere, un embrione di mammifero clonato ne ha meno di una su cento e forse quello di primati nessuna visto che finora nessuna scimmia è stata clonata. Se così fosse, dovremmo considerare un embrione clonato come insieme di molti tessuti in potenza con cui poter curare un malato. Pertanto, a meno che non appaiano metodi alternativi che evitino il ricorso all'embrione, dovremo mettere su un piatto della nostra bilancia morale la possibilità di trovare una cura per malattie gravi che affliggono moltissime persone già nate e sull'altro la vita, quasi certamente non destinata a proseguire, di otto cellule umane. Non ho dubbi su quale piatto della bilancia sia più pesante per me.


Giulio Cossu

 

 


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