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22 giugno 2005

tratto da La Stampa

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Scoperte le cellule che riparano il cuore

 

Alcuni risultati ottenuti alla School of Medicine dell'Università di California, San Diego, gettano nuova luce sulla possibilità di riparare il cuore e suoi tessuti dopo un infarto. Le cellule cardiache pienamente sviluppate non sono più in grado di dividersi con la conseguenza che il cuore non può rinnovare i suoi tessuti.
Ma la ricerca svolta da Kenneth Chien e colleghi a La Jolla promette un cambiamento di prospettiva. «Abbiamo individuato un gruppo di cellule cardiache che si sviluppano quando il cuore è ancora in formazione, e che potrebbero permettere al cuore di rigenerarsi - dice Chien -. I risultati ottenuti ci incoraggiano a pensare alla possibilità di trapiantare queste cellule nel cuore danneggiato da un infarto». L’infarto uccide molte cellule cardiache e lesiona in profondità i tessuti del cuore. Quando succede, queste cellule vengono sostituite da tessuto cicatriziale, composto di cellule chiamate fibroblasti. I fibroblasti non riescono però a garantire la stessa efficienza delle cellule originarie, perché non sono specializzati (si tratta di semplice tessuto connettivo). Così il cuore perde progressivamente in elasticità e non riesce più a funzionare come dovrebbe. I ricercatori californiani sono andati alla ricerca di "cellule cardiache progenitrici", rare cellule osservabili nelle prime fasi di sviluppo del cuore e dotate della possibilità di riprodursi.
«E' proprio la loro esiguità numerica a spiegare perché esse non siano state rintracciate prima. Dopo la nascita, solo poche centinaia di queste cellule si conservano, e il numero continua a diminuire con l'aumentare dell'età» spiega Chien. In laboratorio i ricercatori hanno potuto osservare alcune centinaia di cellule progenitrici (provenienti da cavie) produrre milioni di cellule miocardiche, ossia le fibre che compongono il muscolo cardiaco. Questo meccanismo d'azione ricorda da vicino quello delle cellule staminali, cellule embrionali aspecifiche (cioè non ancora specializzate per alcuna funzione) che intraprendono un particolare sviluppo a seconda dell'ambiente biochimico in cui si trovano. Ma esistono molte differenze. Ad esempio, le staminali sembrano avere una capacità illimitata di riprodursi, mentre le cellule cardiache progenitrici (caratterizzate invece da un alto livello di specializzazione) possono andare incontro solo a un numero limitato di divisioni. Ma proprio il maggior grado di specializzazione avvantaggerebbe le progenitrici cardiache rispetto alle staminali, potendo esse generare fibre miocardiche altamente specializzate senza essere sottoposte a stimoli chimici e ormonali. I risultati sono indubbiamente promettenti ma occorrerà aspettare ancora un tempo difficilmente prevedibile prima che vengano replicati agli esseri umani e prima che la tecnologia del trapianto delle cellule progenitrici possa diventare prassi comune in cardiochirurgia.

 

Rossana S. Pecorara

 

 

 


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