Omosessualità:
alla ricerca del gene
Un'analisi genetica condotta su centinaia di
volontari accende il dibattito
L'omosessualità potrebbe avere un correlato genetico. E fin qui niente di nuovo: i
primi studi volti a identificare le determinanti ereditarie dell'orientamento sessuale
risalgono agli anni cinquanta, quando il metodo che andava per la maggiore consisteva nel
confrontare i destini di gemelli identici separati alla nascita. Oggi, in epoca post
genomica, al settore della genetica del comportamento si aprono strade infinitamente più
raffinate, ed è possibile pensare, come è stato fatto a Bethesda in un laboratorio dei
National Institutes of Health statunitensi, di passare al setaccio l'intero genoma di
centinaia di individui omosessuali.
Con alla guida Brian Mustanski, ricercatore del Dipartimento di psichiatria
dell'Università dell'Illinois, i biochimici di Bethesda hanno vagliato 403 marcatori
genetici, nonché la loro provenienza materna o paterna, di 456 omosessuali maschi
appartenenti a 146 famiglie, e quindi in molti casi fratelli. Un'analisi genetica così
vasta per lo studio dell'orientamento sessuale non era mai stata condotta e amplia di
molto gli orizzonti del campo finora più battuto, quello del legame tra omosessualità e
cromosoma X.
Come sempre accade in questo tipo di indagini, i risultati sono ben lungi dal dire
l'ultima parola, e come sempre gli autori li definiscono "incoraggianti e meritevoli
di essere replicati e approfonditi con ulteriori e più mirati studi".
Dunque, l'omosessualità, almeno quella maschile per ora, "potrebbe" avere un
correlato genetico. E il condizionale è d'obbligo per tanti motivi, a cominciare dal
fatto che nello studio, pubblicato su Human Genetics, è mancato il controllo con un
analogo campione di eterosessuali.
La questione, tuttavia, non è quali sono le conclusioni né che sia o meno opportuno
indagare le basi genetiche del comportamento in generale e di quello sessuale in
particolare. A nessuno di questi studi si può negare un interesse dal punto di vista
strettamente scientifico. La questione è dove portano, a chi servono e che ripercussioni
possono avere.
Rispetto a un tema come l'omosessualità, la pretesa neutralità dei dati scientifici,
qualsiasi essi siano, sarebbe mistificatoria. Quando si entra nel campo dei comportamenti,
dei tratti di personalità, della soggettività, interrogarsi su quale possa essere la
lettura sociale delle conoscenze scientifiche non è faccenda peregrina. E di fatto, lo
studio di Mustanski e collaboratori ha suscitato un dibattito che ha solo sfiorato gli
aspetti tecnici, per concentrarsi sulle sue implicazioni extrascientifiche.
A dare il via è stato un intervento sul British Medical Journal del filosofo della
scienza Timothy Murphy, docente al Department of Medical Education dell'Università
dell'Illinois e consulente incaricato dai National Institutes of Health per lo studio di
Bethesda. Le perplessità espresse da Murphy sono innanzitutto di ordine etico - per la
posizione gli omosessuali nella società avrebbe un effetto positivo o negativo il
riconoscimento di una base genetica della loro condizione? - e di ordine politico - in un
futuro in cui si conosca il "gene dell'omosessualità" ci si potrebbe trovare di
fronte alla necessità di vietare interventi di eugenetica sugli embrioni?
Domande come queste sono rischiose, perché in un certo senso ammettono, anche se non
giustificano, l'esistenza di una valutazione morale dell'omosessualità. D'altro canto non
si può negare che una spiegazione genetica degli orientamenti sessuali metterebbe in
crisi alcune convinzioni molto diffuse nella cultura, per esempio che la scelta
omosessuale dipenda da un assetto psicologico disadattativo e che sia, volendo,
reversibile. A questo punto, gli omosessuali potrebbero essere i primi ad accoglierla di
buon grado e a sentirsene legittimati (e il fatto che qualche centinaio di essi si sia
fatto reclutare nello studio di Bethesda potrebbe non essere un caso). Ma sarebbe triste
pensare che per combattere l'omofobia serva far ricorso alla genetica.
Tuttavia, da qualsiasi parte la si voglia guardare, la questione lascia in sospeso un
dubbio sostanziale: si riuscirà mai ad attribuire al contributo genetico un peso relativo
preciso in una condizione in cui, con ogni probabilità, i geni in causa - ammesso di
riuscire a definirne con certezza il ruolo - sono diversi e interdipendenti tra loro o da
altri, e la loro espressività è regolata da fattori ambientali possibilmente molteplici?
In secondo luogo, considerata la difficoltà di isolare le determinanti genetiche del
comportamento, e quindi di arrivare anche a una semplice acquisizione di conoscenza,
potrebbe non essere troppo antiscientifica persino l'obiezione, sollevata da uno dei
commentatori su BMJ, che sia discutibile investire risorse nell'identificazione delle basi
genetiche di una condizione non patologica, che non desidera essere spiegata e tanto meno
corretta.
Ciò non significa naturalmente negare il valore della ricerca di base o l'utilità di
speculare sulle sue conseguenze sociali e politiche. Ma forse, tra le altre riflessioni,
un richiamo all'esigenza di non perdere di vista la complessità e le priorità non è
inopportuno.
Monica Oldani
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