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31 maggio 2005

tratto da Tempo Medico

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Omosessualità: alla ricerca del gene
Un'analisi genetica condotta su centinaia di volontari accende il dibattito

L'omosessualità potrebbe avere un correlato genetico. E fin qui niente di nuovo: i primi studi volti a identificare le determinanti ereditarie dell'orientamento sessuale risalgono agli anni cinquanta, quando il metodo che andava per la maggiore consisteva nel confrontare i destini di gemelli identici separati alla nascita. Oggi, in epoca post genomica, al settore della genetica del comportamento si aprono strade infinitamente più raffinate, ed è possibile pensare, come è stato fatto a Bethesda in un laboratorio dei National Institutes of Health statunitensi, di passare al setaccio l'intero genoma di centinaia di individui omosessuali.
Con alla guida Brian Mustanski, ricercatore del Dipartimento di psichiatria dell'Università dell'Illinois, i biochimici di Bethesda hanno vagliato 403 marcatori genetici, nonché la loro provenienza materna o paterna, di 456 omosessuali maschi appartenenti a 146 famiglie, e quindi in molti casi fratelli. Un'analisi genetica così vasta per lo studio dell'orientamento sessuale non era mai stata condotta e amplia di molto gli orizzonti del campo finora più battuto, quello del legame tra omosessualità e cromosoma X.
Come sempre accade in questo tipo di indagini, i risultati sono ben lungi dal dire l'ultima parola, e come sempre gli autori li definiscono "incoraggianti e meritevoli di essere replicati e approfonditi con ulteriori e più mirati studi".
Dunque, l'omosessualità, almeno quella maschile per ora, "potrebbe" avere un correlato genetico. E il condizionale è d'obbligo per tanti motivi, a cominciare dal fatto che nello studio, pubblicato su Human Genetics, è mancato il controllo con un analogo campione di eterosessuali.
La questione, tuttavia, non è quali sono le conclusioni né che sia o meno opportuno indagare le basi genetiche del comportamento in generale e di quello sessuale in particolare. A nessuno di questi studi si può negare un interesse dal punto di vista strettamente scientifico. La questione è dove portano, a chi servono e che ripercussioni possono avere.
Rispetto a un tema come l'omosessualità, la pretesa neutralità dei dati scientifici, qualsiasi essi siano, sarebbe mistificatoria. Quando si entra nel campo dei comportamenti, dei tratti di personalità, della soggettività, interrogarsi su quale possa essere la lettura sociale delle conoscenze scientifiche non è faccenda peregrina. E di fatto, lo studio di Mustanski e collaboratori ha suscitato un dibattito che ha solo sfiorato gli aspetti tecnici, per concentrarsi sulle sue implicazioni extrascientifiche.
A dare il via è stato un intervento sul British Medical Journal del filosofo della scienza Timothy Murphy, docente al Department of Medical Education dell'Università dell'Illinois e consulente incaricato dai National Institutes of Health per lo studio di Bethesda. Le perplessità espresse da Murphy sono innanzitutto di ordine etico - per la posizione gli omosessuali nella società avrebbe un effetto positivo o negativo il riconoscimento di una base genetica della loro condizione? - e di ordine politico - in un futuro in cui si conosca il "gene dell'omosessualità" ci si potrebbe trovare di fronte alla necessità di vietare interventi di eugenetica sugli embrioni?
Domande come queste sono rischiose, perché in un certo senso ammettono, anche se non giustificano, l'esistenza di una valutazione morale dell'omosessualità. D'altro canto non si può negare che una spiegazione genetica degli orientamenti sessuali metterebbe in crisi alcune convinzioni molto diffuse nella cultura, per esempio che la scelta omosessuale dipenda da un assetto psicologico disadattativo e che sia, volendo, reversibile. A questo punto, gli omosessuali potrebbero essere i primi ad accoglierla di buon grado e a sentirsene legittimati (e il fatto che qualche centinaio di essi si sia fatto reclutare nello studio di Bethesda potrebbe non essere un caso). Ma sarebbe triste pensare che per combattere l'omofobia serva far ricorso alla genetica.
Tuttavia, da qualsiasi parte la si voglia guardare, la questione lascia in sospeso un dubbio sostanziale: si riuscirà mai ad attribuire al contributo genetico un peso relativo preciso in una condizione in cui, con ogni probabilità, i geni in causa - ammesso di riuscire a definirne con certezza il ruolo - sono diversi e interdipendenti tra loro o da altri, e la loro espressività è regolata da fattori ambientali possibilmente molteplici?
In secondo luogo, considerata la difficoltà di isolare le determinanti genetiche del comportamento, e quindi di arrivare anche a una semplice acquisizione di conoscenza, potrebbe non essere troppo antiscientifica persino l'obiezione, sollevata da uno dei commentatori su BMJ, che sia discutibile investire risorse nell'identificazione delle basi genetiche di una condizione non patologica, che non desidera essere spiegata e tanto meno corretta.
Ciò non significa naturalmente negare il valore della ricerca di base o l'utilità di speculare sulle sue conseguenze sociali e politiche. Ma forse, tra le altre riflessioni, un richiamo all'esigenza di non perdere di vista la complessità e le priorità non è inopportuno.

Monica Oldani

 

 


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