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14  marzo 2005

tratto da Il Tempo Medico

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Il vaccino aiuta la terapia

Buoni risultati da uno studio italiano per il trattamento della leucemia mieloide cronica
Un passo avanti sulla strada della ricerca di una cura per la leucemia mieloide cronica viene dall'Italia, e precisamente da Siena, dove un gruppo di ricercatori guidato da Monica Bocchia ha indagato sulla possibilità di utilizzare un vaccino per migliorare gli effetti dei trattamenti già esistenti per questa malattia.
I risultati del loro studio sono stati recentemente pubblicati su Lancet. L'idea è che il vaccino, che agisce su una proteina derivata da un cromosoma anomalo caratteristico di questa forma di leucemia, possa aumentare la risposta immunitaria e aiutare i trattamenti convenzionali. La leucemia mieloide cronica, infatti, è causata dalla rottura e dallo scambio di segmenti di DNA tra i cromosomi 9 e 22. Come risultato si ha la formazione di un cromosoma anomalo (chiamato cromosoma Philadelphia), che provoca la produzione di una proteina capace di indurre una crescita cellulare anormale e incontrollata. Le terapie oggi disponibili (interferone alfa e soprattutto imatinib) hanno effetti sulla remissione citogenetica, ma solo raramente il trattamento provoca una risposta molecolare completa, cioè evita la formazione della proteina. Quindi, di fatto, i farmaci disponibili non sradicano completamente la malattia.
In loro aiuto, secondo i ricercatori italiani, potrebbe intervenire un vaccino, sperimentato finora su 16 malati già in cura con i trattamenti convenzionali. Tutti tranne uno hanno mostrato una riduzione progressiva della malattia e in 7 casi la remissione citogenetica è stata completa. In tre casi si è avuta anche una risposta molecolare.
Spiragli positivi, quindi. Anche perché, nonostante siano stati compiuti studi simili, questa è la prima volta che si ha una risposta clinica. Monica Bocchia cerca di dare una spiegazione del motivo: "Per questo studio abbiamo utilizzato una combinazione diversa di peptidi rispetto ad altre ricerche, e abbiamo aggiunto un adiuvante a quello già utilizzato, somministrandolo sia prima sia in contemporanea con il vaccino. Inoltre abbiamo deciso di ammettere alla sperimentazione solo pazienti con malattia residua stabile da diversi mesi. Altri studi avevano preso in considerazione campioni più disomogenei, con pazienti in cui la malattia poteva essere in vari stadi".
La strada è aperta, e Monica Bocchia guarda al lavoro futuro: "Dovranno essere effettuati altri studi per migliorare la valutazione della malattia residuale dopo la vaccinazione. La fase tre dovrebbe essere un trial randomizzato, che studi gli effetti della combinazione imatinib più vaccino rispetto al solo imatinib. Questi studi dovranno coinvolgere un numero più elevato di pazienti e avere un follow-up più lungo". Il campo d'azione dovrà quindi allargarsi al di fuori delle mura della città toscana. "Alcuni gruppi europei hanno dimostrato interesse a una collaborazione" conclude Monica Bocchia. "In Italia un aiuto dovrebbe venire dal Gruppo cooperatore per la leucemia mieloide cronica, che potrebbe coordinare la ricerca per valutare in modo definitivo il ruolo di questo vaccino nella cura di questo tipo di leucemia".

Raffaella Daghini


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