Poco rigore sui
farmaci più innovativi
Prove deboli per gli antitumorali e i prodotti
biotech
End point secondari e disegni di studi poco "robusti" sono i due aspetti che
sembrano accomunare i nuovi farmaci antitumorali e gli innovativi prodotti biotech al
momento della richiesta di approvazione all'immissione in commercio. E' questo il quadro
poco incoraggiante che emerge da due recenti indagini condotte dai ricercatori
dell'Istituto di ricerche farmacologiche Mario Negri di Milano.
Secondo la prima analisi, effettuata su 14 nuovi farmaci per tumori solidi approvati
dall'EMEA (l'ente europeo che regola l'immissione in commercio dei farmaci) durante i suoi
dieci anni di attività, risulta che molti non sono supportati da studi clinici rigorosi e
che gli end point utilizzati sono spesso non convalidati. Più in particolare, su 48 studi
presenti nei dossier dei farmaci approvati (disponibili sul sito internet dell'EMEA) solo
25 sono randomizzati e controllati e riguardano la metà delle relative indicazioni; gli
altri sono non randomizzati e randomizzati non comparativi.
Se il disegno degli studi risulta spesso inadeguato per valutarne qualità, sicurezza ed
efficacia, anche gli end point non sono indicatori validi di un beneficio clinico.
"La riduzione della massa tumorale in risposta al farmaco, end point principale
studiato per quasi la metà delle indicazioni, il più delle volte non si traduce in un
aumento della sopravivenza significativo" commenta Giovanni Apolone, tra gli autori
dello studio. "Solo per due indicazioni è stato considerato come obiettivo primario
la sopravvivenza (a tre o a cinque anni), negli altri casi viene valutata la sopravvivenza
libera da malattia - l'intervallo tra l'intervento terapeutico e la ricomparsa della
malattia - che può indicare al massimo un'attività antitumorale". Quel che si
evince è che l'Agenzia si sarebbe discostata parecchio dalle raccomandazioni da essa
stessa definite, secondo le quali per ottenere l'approvazione di un farmaco andrebbe
condotto almeno uno studio clinico randomizzato e controllato con risultati
statisticamente significativi e rilevanti dal punto di vista clinico.
E' anche vero che sono previste eccezioni a questa norma, che permettono un'approvazione
accelerata in circostanze del tutto particolari e sulla base di studi di fase due (non
comparativi) che abbiano dato risultati inequivocabili di benefici per i pazienti. Ed è
proprio all'approvazione veloce che mirano le industrie farmaceutiche, interessate a
sperimentare le nuove molecole sui pazienti prima possibile, selezionando gruppi
particolari di persone refrattarie ad altri trattamenti per ottenere lo stato di
circostanza eccezionale. "La tendenza dell'agenzia regolatrice ad anticipare
l'approvazione prima che gli studi necessari siano condotti è pericolosa per la salute
dei consumatori, cui possono essere prescritti e venduti farmaci non sicuri o non
efficaci" avvertono i ricercatori.
Discorso per certi versi simile anche per quanto riguarda i "nuovi" farmaci
biotecnologici su cui graverebbe, oltre ai criteri metodologici degli studi poco rigorosi,
anche una preoccupante assenza di innovazione effettiva rispetto ai farmaci tradizionali.
"Solo 15 dei 61 principi attivi approvati dall'EMEA con indicazioni terapeutiche sono
vere novità" spiega Roberta Joppi, tra gli autori dello studio. "Ciò significa
che sono pochi i farmaci efficaci per malattie che non hanno cure, più efficaci delle
terapie standard o attivi in pazienti resistenti ai trattamenti disponibili".
Cinzia Colombo
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