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15 novembre 2005

tratto da Tempo Medico

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Poco rigore sui farmaci più innovativi
Prove deboli per gli antitumorali e i prodotti biotech

End point secondari e disegni di studi poco "robusti" sono i due aspetti che sembrano accomunare i nuovi farmaci antitumorali e gli innovativi prodotti biotech al momento della richiesta di approvazione all'immissione in commercio. E' questo il quadro poco incoraggiante che emerge da due recenti indagini condotte dai ricercatori dell'Istituto di ricerche farmacologiche Mario Negri di Milano.
Secondo la prima analisi, effettuata su 14 nuovi farmaci per tumori solidi approvati dall'EMEA (l'ente europeo che regola l'immissione in commercio dei farmaci) durante i suoi dieci anni di attività, risulta che molti non sono supportati da studi clinici rigorosi e che gli end point utilizzati sono spesso non convalidati. Più in particolare, su 48 studi presenti nei dossier dei farmaci approvati (disponibili sul sito internet dell'EMEA) solo 25 sono randomizzati e controllati e riguardano la metà delle relative indicazioni; gli altri sono non randomizzati e randomizzati non comparativi.
Se il disegno degli studi risulta spesso inadeguato per valutarne qualità, sicurezza ed efficacia, anche gli end point non sono indicatori validi di un beneficio clinico. "La riduzione della massa tumorale in risposta al farmaco, end point principale studiato per quasi la metà delle indicazioni, il più delle volte non si traduce in un aumento della sopravivenza significativo" commenta Giovanni Apolone, tra gli autori dello studio. "Solo per due indicazioni è stato considerato come obiettivo primario la sopravvivenza (a tre o a cinque anni), negli altri casi viene valutata la sopravvivenza libera da malattia - l'intervallo tra l'intervento terapeutico e la ricomparsa della malattia - che può indicare al massimo un'attività antitumorale". Quel che si evince è che l'Agenzia si sarebbe discostata parecchio dalle raccomandazioni da essa stessa definite, secondo le quali per ottenere l'approvazione di un farmaco andrebbe condotto almeno uno studio clinico randomizzato e controllato con risultati statisticamente significativi e rilevanti dal punto di vista clinico.
E' anche vero che sono previste eccezioni a questa norma, che permettono un'approvazione accelerata in circostanze del tutto particolari e sulla base di studi di fase due (non comparativi) che abbiano dato risultati inequivocabili di benefici per i pazienti. Ed è proprio all'approvazione veloce che mirano le industrie farmaceutiche, interessate a sperimentare le nuove molecole sui pazienti prima possibile, selezionando gruppi particolari di persone refrattarie ad altri trattamenti per ottenere lo stato di circostanza eccezionale. "La tendenza dell'agenzia regolatrice ad anticipare l'approvazione prima che gli studi necessari siano condotti è pericolosa per la salute dei consumatori, cui possono essere prescritti e venduti farmaci non sicuri o non efficaci" avvertono i ricercatori.
Discorso per certi versi simile anche per quanto riguarda i "nuovi" farmaci biotecnologici su cui graverebbe, oltre ai criteri metodologici degli studi poco rigorosi, anche una preoccupante assenza di innovazione effettiva rispetto ai farmaci tradizionali. "Solo 15 dei 61 principi attivi approvati dall'EMEA con indicazioni terapeutiche sono vere novità" spiega Roberta Joppi, tra gli autori dello studio. "Ciò significa che sono pochi i farmaci efficaci per malattie che non hanno cure, più efficaci delle terapie standard o attivi in pazienti resistenti ai trattamenti disponibili".

Cinzia Colombo

 


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