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17 ottobre 2005

tratto da La Repubblica

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Le cellule cardiache imparano a rigenerarsi nei laboratori

Le ferite del cuore si riparano, ma solo quelle psicologiche. Per quelle fisiche tipo infarto non c’è niente da fare, anzi col tempo va sempre peggio. Siamo cresciuti, e come noi generazioni e generazioni indietro, con questa certezza. E invece no, siamo alla svolta. Al pari delle pene d’amore, nei laboratori di cardiologia e genetica più avanzati sta cominciando ad avvenire il miracolo: le cellule cardiache distrutte si rigenerano, si ricreano e magari diventano addirittura più solide. Intendiamoci: siamo in ogni caso a livello, come si diceva, di laboratorio. Non c’è ancora nessuna evidenza, come dicono gli scienziati, di benefici diretti sull’uomo. Eppure, i segnali sono inconfondibili: il dado è tratto, e la ricerca non si fermerà. Tre sono i filoni fondamentali per arrivare a questo traguardosimbolo della moderna medicina:
1) Usare le cellule staminali, sia quelle ‘plurivalenti’ da embrione che quelle da adulto o dallo stesso paziente. I risultati filtrano a fatica dai vari laboratori del pianeta perché qualsiasi ricerca che riguardi le staminali incontra difficoltà legali, pratiche e religiose. Ma qualcosa, fuori d’Italia, si sta sbloccando. Negli Stati Uniti, dove le prevenzioni erano analoghe, ora viceversa la Food and Drug Administration ha cominciato ad autorizzare trial clinici visto come sono promettenti i primi studi. Recentemente in due studi in Francia riportati da Lancet è stata abbattuta un’altra barriera, quella fra specie: sono state iniettate cellule di topo nel cuore di nove pecore infartuate e i risultati sono incoraggianti.
2) Ricorrere alle cellule progenitrici. «Ce ne sono anche nel cuore», chiarisce Attilio Maseri, direttore del dipartimento di cardiologia del San Raffaele di Milano. «Negli animali sono state estratte dal cuore con una biopsia, coltivate in laboratorio per duetre mesi e quindi reiniettate. E hanno cominciato a riprodursi». Ora Maseri insieme a Pietro Anversa, pluripremiato ricercatore parmense che lavora alla New York Medical College, sta organizzando esperimenti anche sull’uomo.
3) Utilizzare cellule da midollo, sia da donatore che dallo stesso paziente, prelevandole e reinserendole nel cuore. All’inizio di quest’anno in Germania è stata estratta una ‘cucchiaiata’ di midollo da un cardiopatico e indirizzata con un catetere sul cuore. Due settimane dopo, il cuore ha cominciato a funzionare meglio e pompare più sangue. Dal Giappone hanno risposto che dai tre ai quattro pazienti con le coronarie bloccate hanno risposto in modo analogo ad un trattamento identico. La frontiera ormai è superata.

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