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L’avvenimento del nostro lavoro

 

Padova, 29 marzo 2000

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Il convegno “L’avvenimento del nostro lavoro”, tenuto a Padova il 29 marzo, rappresenta l’ultimo tassello di un percorso culturale che tenta di approfondire da diversi punti di vista il concetto di lavoro. Dopo aver trattato una prospettiva meramente filosofica assieme al professor Antonio Livi, docente di filosofia della conoscenza alla Pontificia Università Lateranense, si è voluto organizzare un momento di riflessione e di analisi sul concetto di lavoro da un punto di vista espressamente teologico. Il professor Arturo Blanco è, in Italia,uno dei massimi esperti del tema. Ne riportiamo l'intervento, oltre all'introduzione di Fabrizio Spagna, presidente dell'associazione culturale Ricerca e Sviluppo e amministratore delegato di
AXIA Financial Research. Al convegno ha partecipato il professor Giuliano Pisani, assessore alla cultura del comune di Padova.

 

Intervento di Fabrizio Spagna

Abbiamo organizzato il convegno di oggi attorno a un’idea precisa. E cioè quella di proporre un approfondimento sull’uomo e sugli elementi fondanti della sua umanità. Questo ragionamento esige una premessa. Citando dall’enciclica Laborem Exercens, “il primo fondamento del valore del lavoro dell’uomo è l’uomo stesso, il suo soggetto”. Da questa affermazione discende una prima conclusione, di natura etica, molto importante: per quanto sia una verità che l’uomo è destinato e chiamato al lavoro, non bisogna mai perdere di vista il concetto che “il lavoro è per l’uomo e non l’uomo per il lavoro”.

 

Alla luce della dottrina sociale della Chiesa, se ci chiediamo qual è il senso del lavoro, comprendiamo che l’uomo realizza la propria umanità giusto attraverso il lavoro. Lo fa in almeno due modi. Dovendo schematizzare, possiamo dire che lo fa sia trasformando, in base alle proprie esigenze, la natura che trovando uno scopo ed un senso alla propria vita. Per comprendere meglio, torniamo un attimo all’enciclica. Vi leggiamo ad un certo punto che “l’uomo creato a immagine di Dio, mediante il suo lavoro partecipa all’opera del Creatore, e a misura della proprie possibilità, in un certo senso continua a svilupparla e la completa, avanzando sempre più nella scoperta delle risorse e dei valori racchiusi in tutto quanto il creato”.

 

Questo ci aiuta a capire che nelle sue attività quotidiane l’uomo, come Giuseppe di Nazareth, partecipa all’opera di Dio. E acquisisce coscienza di poterlo fare proprio attraverso il lavoro. Ciò è talmente vero, che anche nelle attività più umili l’uomo fornisce il proprio personale contributo alla “realizzazione del piano provvidenziale di Dio nella storia”.

 

Cristo stesso, del resto, è Uomo del lavoro. La sua vita, in questo senso, è in equivoca. Almeno per tre motivi: “Egli appartiene al mondo del lavoro”, ha per il lavoro umano riconoscimento e rispetto, “guarda con amore al lavoro”. L’incontro con Cristo avviene dunque attraverso il lavoro e attraverso l’accettazione della fatica che il lavoro comporta. Non a caso l’enciclica ci ricorda che “il cristiano ritrova una piccola parte della croce di Cristo e l’accetta nello stesso spirito di redenzione nel quale il Cristo ha accettato per noi la sua croce”.

 

L’insieme del ragionamento ci porta a una sola conclusione. L’uomo incontra la salvezza grazie al lavoro. Realizza l’unione con Dio in forza della “luce che dalla resurrezione di Cristo penetra dentro di noi”.

 

 

 

SUL VALORE TEOLOGICO DEL LAVORO

Intervento del professor Arturo Blanco, docente di teologia presso la Pontificia università della Santa Croce e preside dell’istituto superiore di Scienze religiose dell’Apollinare

Il tema che mi è stato affidato è relativamente moderno. Così come noi lo affronteremo, non è trattato dai pensatori cristiani dei secoli scorsi, benché alcuni di loro non ignorino i capisaldi dottrinali a cui noi ci riferiremo. Il tema è stato progressivamente scoperto nel nostro secolo nell’intento di dare una risposta valida alle “nuove cose”,  alle nuove situazioni nate dal progresso scientifico e tecnico. Si può trovare già un primo sostanziale accenno nell’enciclica Rerum novarum di Leone XIII, un abbozzo più consistente nella Costituzione pastorale Gaudium et spes, specie  nei numeri 34, 38, 67 e 79, uno sviluppo più completo benché volutamente non esaustivo nell’enciclica Laborem exercens (LE) di Giovanni Paolo II [1][1].

Vorrei iniziare la mia relazione riproponendo appunto le prime parole dell’enciclica LE di Giovanni Paolo II, perché penso riassumano bene i concetti fondamentali di cui dobbiamo occuparci questa sera. Sono queste:

“L’uomo mediante il lavoro deve procurarsi il pane quotidiano e contribuisce al continuo progresso delle scienze e della tecnica, e soprattutto all’incessante elevazione culturale e morale della società in  cui vive in comunità con i propri fratelli. E con la parola ‘lavoro’ viene indicata ogni opera compiuta dall’uomo, indipendentemente dalla sue caratteristiche e dalle circostanze, cioè ogni attività umana che si può e si deve riconoscere come lavoro in mezzo a tutta la ricchezza delle azioni delle quali l’uomo è capace ed alle quali è predisposto dalla stessa sua natura, in forza della sua umanità. Fatto a immagine e somiglianza di Dio stesso (cfr Gn 1, 26) nell’universo visibile, e in esso costituito perché dominasse la terra (cfr Gn 1, 28), l’uomo è perciò sin dall’inizio chiamato al lavoro. Il lavoro è una delle caratteristiche che distinguono l’uomo dal resto delle creature, la cui attività, connessa col mantenimento della vita, non si può chiamare lavoro; solo l’uomo ne è capace e solo l’uomo lo compie, riempiendo al tempo stesso con il lavoro la sua esistenza sulla terra. Così il lavoro porta su di sé un particolare segno dell’uomo e dell’umanità, il segno di una persona operante in una comunità di persone; e questo segno determina la sua qualifica interiore e costituisce, in un  certo senso, la stessa sua natura”.

Il brano accenna succintamente a molti dei diversi aspetti del lavoro umano. Noi ci soffermeremo su quelli che riguardano più da vicino il suo valore teologico. Siccome anche questo aspetto offre un panorama molto  vasto, ci concentreremo su alcuni punti che possono essere considerati nucleari e che ruotano sul senso trascendente del lavoro umano, che appare alla base —come fondamento e condizione— del suo senso teologico.

 

1. Ci serve, per cominciare, riprendere le parole del Padrenostro: “Dacci oggi il nostro pane quotidiano” (Mt  6,11). Ci domandiamo: di quale pane si tratta? del pane che sfama il corpo, oppure del pane che dà la vita eterna?

Possiamo rispondere, d’accordo con l’esegesi più sicura, che si tratta di tutti e due. Oltre ai Padri che si esprimono così, anche l’esegesi contemporanea è di questo parere, poiché il termine greco epiousios, che traduciamo per quotidianum o supersubstantiale, è di significato incerto: può indicare il cibo corporale di cui abbiamo bisogno ogni giorno, può anche indicare il banchetto messianico, il cibo celeste [1][2].

 

2. Il pane quotidiano, senz’altro, riguarda quello materiale, che è cibo per il nostro corpo e che dobbiamo procurarci con fatica da quando abbiamo peccato [1][3].

Infatti, ci è stato detto: “Con il sudore del tuo volto mangerai il pane” (Gn 3,19). Aver cura del giardino del mondo prima della caduta era piacevole; l’uomo poteva mangiare tanti frutti di tanti alberi. Poi, invece, coltivare la terra, lavorarla, è diventato faticoso. Eppure dobbiamo farlo. Per mangiare dobbiamo lavorare, coltivare la terra: è la legge imposta all’umanità, alla nostra specie, anche se qualche individuo viene risparmiato (o cerca di sfuggirla). San Paolo se ne fa testimone davanti ai Tessalonicesi (alcuni dei quali pensando alla parusia non si curavano più del lavoro): “quando eravamo presso di voi, vi demmo questa regola: chi non vuole lavorare, neppure mangi” (2Tes 3, 10).

 

3. Il pane quotidiano riguarda anche quello celeste, che è cibo della nostra anima e che dobbiamo procurarci anche con fatica, specie dopo che abbiamo peccato (la fatica in questo caso è fare penitenza e confessare i nostri peccati) [1][4].

A questo punto,  però, dobbiamo affrontare una obiezione. Sembrerebbe che non ci sia l’obbligo di lavorare per il pane celeste, poiché esso è un dono che ci viene dato gratuitamente da Dio nostro Padre. Non è acquisizione nostra, non è una nostra conquista. Sembrerebbe che il nostro lavoro riguardi soltanto il pane che è frutto della terra e nutre il corpo.

Ma, come ricordavamo prima, quando chiediamo “il pane nostro quotidiano”, chiediamo sia quello terreno che quello celeste. Se dunque lavoriamo per procurarci il pane terreno e pure lo consideriamo dono del Padre celeste e glielo chiediamo, perché non dovremmo lavorare per procurarci il pane del cielo anche se certamente è dono dall’Alto?

Cristo è stato molto chiaro, molto esplicito su questo punto: “Procuratevi —dice— non il cibo che perisce, ma quello che dura per la vita eterna e che il Figlio dell’uomo vi darà” (Gv 6, 27). Il testo greco dice testualmente: ergatzesthe, che la Neovolgata traduce operamini: datevi da fare, procuratevi, lavorate. Lo dice ai giudei nella sinagoga di Cafarnao, dopo la moltiplicazione dei pani. Costoro cercavano Gesù che il giorno precedente aveva moltiplicato prodigiosamente pane e pesci sfamando una grande moltitudine di persone; lo cercano perché desiderano essere nutriti nel corpo sempre come il giorno precedente, senza dover lavorare [1][5]. Interpretano la grande opera fatta da Cristo in modo riduttivo, ordinata solo a soddisfare i propri interessi materiali; la vedono senza fede, la strumentalizzano ai propri fini temporali [1][6].

Cristo, invece, richiama loro alla retta interpretazione dei suoi prodigi, li richiama alla fede che consentirà loro di vedere giusto e di agire erga tou Theou (Gv 6,28), le opere di Dio. Cerca di alzare le loro mire dalle sole preoccupazioni terrene a quelle che orientano alla vita eterna. In altre parole, ricorda loro il doppio dovere di lavorare per mangiare e di cercare la vita eterna; entrambi si riassumono in  una sola cosa: lavorare cercando la vita eterna, lavorare pensando agli altri e rendendosi utili, come osserverà pure san Paolo scrivendo agli Efesini (Ef 4, 28). Chi invece lavorerà attento solo alle vicende di questa vita, commenta il Crisostomo, otterrà solo cibo che perisce [1][7]. Anche S. Agostino ha colto egregiamente il senso di queste parole di Cristo, riassumendole come se lui dicesse: Quaeritis me propter aliud, querite me propter me, lavorate non pensando solo al profitto temporale, lavorate anche pensando a me [1][8].

Dunque dobbiamo lavorare non solo per procurarci il pane corporale ma anche quello celeste, fermo restando che tutti e due li dobbiamo procurare con l’aiuto di Dio, che benedice i nostri campi e i nostri sforzi con  i frutti che loro producono, e che ci benedice con suo Figlio che è Pane di vita eterna [1][9].

 

4.  Cerchiamo adesso di chiarire l’ordine tra queste due finalità del lavoro.

Il comandamento di lavorare, il primo che l’uomo ricevette da Dio, quando era ancora nell’Eden, viene espresso nel libro della Genesi in modo indiretto e implicito; viene espresso così: “siate fecondi e moltiplicatevi, riempite la terra; soggiogatela e dominate sui pesci del mare e sugli uccelli del cielo, e su ogni essere vivente che striscia sulla terra” (Gn 1,28) [1][10]. Questo comandamento riguarda innanzitutto il dominio e l’uso dell’universo visibile in beneficio della vita fisica; questa è, dunque, in modo evidente, la finalità immediata del lavoro.

Tuttavia immediatezza non significa esclusività.

Infatti, come già detto, il senso del lavoro umano non si limita a questa finalità. Il lavoro dell’uomo non è finalizzato soltanto al dominio della terra e alla vita presente, è anche ordinato all’aldilà, alla vita eterna con Dio. Questa seconda finalità è mediata nel senso che viene raggiunta in un secondo momento, poiché prima si vive sulla terra e poi nell’eternità; non è invece mediata nel senso che sia meno importante o secondaria, nel senso che si possa considerare trascurabile.

Possiamo esemplificare questi concetti servendoci di un paragone. L’ordine e il rapporto che esiste tra il pane corporale e quello celeste (e tra la vita corporale e la vita eterna) può servire da paradigma per comprendere l’ordine che esiste tra il senso temporale del lavoro umano e quello soprannaturale [1][11]. 

Conviene notare, innanzitutto, come l’uno non escluda l’altro né gli sia d’impiccio. Piuttosto si richiamano a vicenda, benché da diverse prospettive.

Infatti, il pane corporale serve di base al pane celeste, non solo perché è la materia sulla quale agiscono le parole della consacrazione eucaristica, ma anche perché dobbiamo constatare, richiamando l’aforisma aristotelico primum vivere deinde philosophare, che la nostra condizione chiede prima di soddisfare le necessità impellenti del corpo, per poi poter avviare le attività dello spirito. Da parte sua, il pane celeste si propone come il vero e ultimo pane, proprio quello che sazia la vera e più profonda fame dell’uomo, che è fame di verità e di vita eterna.  

Dunque, così come risulterebbe fuorviante ogni tentativo di presentare il pane materiale e il pane spirituale in alternativa ineludibile, come se il possesso dell’uno escludesse la fruizione dell’altro; così, allo stesso modo, riuscirebbe pretestuosa qualsiasi presentazione di incompatibilità tra la finalità immediatamente economica e sociale del lavoro, e la sua ordinazione ultraterrena e soprannaturale.

In altre parole, dimostrerebbe una mentalità eccessivamente materialistica e notevolmente angusta dal punto di vista antropologico, chi ritenesse che concepire e organizzare il lavoro come un servizio all’uomo, al suo sviluppo personale e spirituale, è necessariamente renderlo meno redditizio dal punto di vista economico [1][12]

 

5. Questo che abbiamo appena detto non vuole essere un giudizio severo su  chi la pensa diversamente da noi, piuttosto intende essere un campanello d’allarme che ci consenta di comprendere meglio da dove procedono molti dei  nostri problemi. Infatti, nella mancata comprensione della doppia finalità del lavoro umano —immanente potremmo dire e trascendente— e, soprattutto, nella mancata comprensione del rapporto tra queste due finalità, trovano la sua ultima radice molti dei gravi problemi sociali che hanno caratterizzato la storia europea degli ultimi due secoli e in parte ancora la caratterizzano.

Nell’analisi del lavoro compiuta nell’enciclica LE, il Papa non esita a specificare che, alla base dei conflitti sociali di vario tipo e alla base delle insufficienti risposte date ad essi, si trova sempre uno e il medesimo errore: trattare l’uomo come strumento di produzione invece di riconoscere veramente la sua dignità e quindi la priorità del suo sforzo (sia esso di natura manuale o intellettuale) su qualsiasi altro elemento come il capitale, i mezzi di produzione, il rendimento e i profitti economici, ecc. (cfr LE, 7 e 12).

Giovanni Paolo II non dubita nell’affermare che “il lavoro umano è una chiave, e probabilmente la chiave essenziale, di tutta la questione sociale, se cerchiamo di vederla veramente dal punto di vista del bene dell’uomo” (LE, 3).

Per risolvere i problemi socio-economici che investono gli uomini e le nazioni, il Papa rivendica il doppio primato dell’uomo sulle cose e della persona sul lavoro (LE, 13).

Alla base di questa doppia rivendicazione si trova la distinzione del lavoro in senso oggettivo (in riferimento al “dominio”  e alla produzione di cose frutto dello sforzo umano di vario tipo e della tecnica nelle sue varie forme) e in senso soggettivo (in riferimento a “colui che domina”, al soggetto che lavora e che è il vero e principale protagonista del lavoro, a cui si deve la stessa possibilità del lavoro e della produzione, con tutti i suoi pregi e meraviglie).

Ecco, riassuntivamente, le sue conclusioni:  “Il primo fondamento del valore del lavoro è l’uomo stesso, il suo soggetto. A ciò si collega subito una conclusione molto importante di natura etica: per quanto sia una verità che l’uomo è destinato ed è chiamato al lavoro, prima di tutto, però, il lavoro è ‘per l’uomo’, e non l’uomo ‘per il lavoro’. Con questa conclusione si arriva giustamente a riconoscere la preminenza del significato soggettivo del lavoro su quello oggettivo (...) Difatti, in ultima analisi, lo scopo del lavoro, di qualunque lavoro eseguito dall’uomo —fosse pure il lavoro più di ‘servizio’, più monotono, nella scala del comune modo di valutazione, addirittura più emarginante— rimane sempre l’uomo stesso” (LE, 6).

 

 

6. Dobbiamo dunque anche  noi concludere che caratteristico del dramma socio-economico è non comprendere adeguatamente lo scopo del lavoro: non cogliere la sua doppia finalità, come prima dicevamo, né il rapporto tra la sua finalità immanente e quella trascendente [1][13].

Tale difetto di comprensione non è un problema solo di oggi, potremmo anzi dire che su questo versante oggi la situazione è molto migliorata, che in passato la comprensione del valore del lavoro umano è stata frequentemente inferiore a quella nostra. Per secoli, ad es., il lavoro è stato considerato idoneo solo per servi e schiavi; i signori non  lavoravano, si occupavano di vicende di altro tipo.

Tuttavia, possiamo dire, senza scandalo di nessuno, che su questo punto resta ancora tanto da fare poiché, anche oggi, benché la necessità e l’obbligo del lavoro siano universalmente accettati, non sono pochi coloro che cercano di non lavorare o di lavorare il meno possibile o di lavorare senza impegno e qualità. Possiamo ricordare a questo punto un famoso commento di Max Weber: “nella sua forma tipica, l’assoggettamento razionale al lavoro obbedisce a motivo religiosi o ad una concezione molto elevata del lavoro in quanto tale. Tutti gli altri motivi, come dimostra l’esperienza, sono di natura transitoria” [1][14].  E aggiunge H. Fitte: “O si lavora per un  motivo che trascende il lavoro stesso, o si finisce per rifuggire il lavoro” [1][15].

Quanto stiamo dicendo può forse sembrare sottile, è tuttavia di grande importanza. Infatti, la laboriosità, come virtù che onora l’uomo, non può reggersi su una comprensione esclusivamente transitiva e temporale del lavoro. E’ il rapporto con la  trascendenza che dà rilievo alla persona umana e alle sue opere, che la rende pregevole ai propri occhi e a quelli degli altri. E’ ancora il Papa a dirlo: “Senza questa considerazione (cioè, senza apprezzare il valore soggettivo del lavoro) non si può comprendere il significato della virtù della laboriosità, più particolarmente non si può comprendere perché la laboriosità dovrebbe essere una virtù: infatti, la virtù, come attitudine morale, è ciò per cui l’uomo diventa buono in quanto uomo” (LE, 9) [1][16].

E’ doveroso constatare, in base all’esperienza storica e in base anche ai ragionamenti, che la visione esclusivamente economicista e materialista del lavoro non invoglia gli uomini a lavorare bene a beneficio degli altri. Tutt’al più, li porta a lavorare molto a proprio profitto. Così, ad es., i lavoratori non sono stati aiutati a lavorare bene, ad apprezzare il proprio lavoro, ad esserne fieri, quando si è inculcata loro l’idea che il frutto delle loro fatiche beneficia soltanto i loro padroni, i quali non fanno altro che sfruttarli. Per strade diverse, si è arrivato a un traguardo simile esasperando la visione del lavoro solo come mezzo per guadagnare denaro, far carriera, acquistare potere e rilievo sociale, ecc.

Di conseguenza, noi non avremo inconvenienti a condividere il giudizio di coloro che ritengono che uno dei più gravi problemi della nostra società si trova appunto nell’inadeguata valorizzazione del lavoro, ridotto nel pensiero di molti a un semplice espediente per risolvere impellenti necessità economiche o di prestigio sociale; e che, di conseguenza, una azione che intenda rendersi utile alla società non può non passare attraverso una visione del lavoro che lo apprezzi in tutta la sua trascendenza.

 

7. Andando avanti nell’esposizione del nostro argomento —il valore teologico del lavoro—, cerchiamo adesso di approfondire questa sua finalità che abbiamo denominato trascendente, spirituale, soprannaturale; cerchiamo, soprattutto, di comprendere perché il lavoro umano può procurare il Pane eucaristico, può procurare all’uomo l’accesso al banchetto messianico, come dicevamo prima.

Giovanni Paolo II nella LE parla più volte di questa finalità chiamandola “valore” o “dimensione soggettiva del lavoro umano”. Scrive: “Come persona, l’uomo lavora, compie varie azioni appartenenti al processo del lavoro; esse, indipendentemente dal loro contenuto oggettivo, devono servire tutte alla realizzazione della sua umanità, al compimento della sua vocazione ad essere persona che gli è propria a motivo della stessa umanità” (LE, 6).

Il fondo del pensiero del Papa a questo riguardo si trova proprio in questa visione del lavoro come attività intrinsecamente rapportata —innanzitutto e soprattutto— all’uomo come origine e fine di tale attività. La materialità dell’attività lavorativa, dovremmo dire, diventa secondaria, come più volte emerge dai testi della LE, appunto perché ciò che realmente conta non è l’oggetto materiale (la cosa) ma il soggetto personale.

Viene così capovolta la visione materialista del lavoro, la quale si caratterizza per procedere proprio al contrario: per essa, ciò che conta è la cosa —il profitto, l’efficienza, il prodotto— e non la persona, che può avere solo un ruolo funzionale alla cosa stessa, nella misura appunto in cui è causa di essa: l’uomo, come già ricordato prima, è visto solo come “strumento di produzione”  (LE, 7) o come “individuo che consuma ciò che è stato prodotto”.

Il Papa, senza nominarla, sta applicando al lavoro una dottrina filosofica, di origine precisamente aristotelica, che distingue tra azioni dell’uomo transitive e immanenti: le prime finiscono nella produzione di una realtà esterna all’uomo, le seconde invece finiscono in un effetto che rimane nell’uomo. Si tratta di una spiegazione dell’attività umana che il Papa ha esposto abbondantemente in Persona e atto [1][17].   La stessa dottrina è ripresa nell’enciclica Veritatis splendor, lungo tutto il testo ma specie nei nn. 71-75. Proprio al n. 71, Giovanni Paolo II propone queste parole di S. Gregorio Nisseno che ben riassumono il senso della dottrina di cui adesso parliamo: “Tutti gli esseri soggetti al divenire non restano mai identici a se stessi, ma passano continuamente da uno stato ad un altro mediante un cambiamento che opera sempre, in bene o in  male (...) Ora, essere soggetto a cambiamento è nascere continuamente (...) Ma qui la nascita non avviene per un intervento estraneo, com’è il caso degli esseri corporei (...) Essa è il risultato di una scelta libera e noi siamo così, in certo modo, i nostri stessi genitori, creandoci come vogliamo, e con la nostra scelta dandoci la forma che vogliamo” [1][18].

Secondo questa dottrina, dobbiamo dunque dire che il lavoro, anche se può sembrare il contrario, prima di tutto produce un effetto all’interno del soggetto (su di lui) e solo poi produce un effetto all’esterno del soggetto (fuori da lui). In altre parole ed esprimendoci in modo grafico, dobbiamo dire che il lavoro costruisce l’uomo prima ancora di essere il mezzo per costruire case, ferrovie, macchine e via dicendo.

Sentiamo ancora Giovanni Paolo II: “Volendo meglio precisare il significato etico del lavoro, si deve avere davanti agli occhi prima di tutto questa verità. Il lavoro è un bene dell’uomo —è un bene della sua umanità—, perché mediante il lavoro l’uomo non solo trasforma la natura adattandola alle proprie necessità, ma anche realizza se stesso come uomo ed anzi, in un certo senso, ‘diventa più uomo” (LE, 9; cfr. 11).

 

8. Proprio per la sua finalizzazione trascendente, il lavoro riveste un grande valore antropologico che è alla base del suo valore teologico. Le precedenti riflessioni di carattere filosofico-etico ammettono un profondo prolungamento teologico in base agli insegnamenti del Vangelo.

Infatti, Cristo, quando insegna come arrivare in paradiso, si serve di parabole che parlano di costruire una casa (Mt 7; Lc 14), farsi un vestito (Mt 22), coltivare una vigna (Mt 20; Lc 20), far fruttare alcuni talenti (Mt 25; Lc 19). In queste parabole, il giudizio sulle persone avviene sempre in base alla qualità del lavoro da esse compiuto: è deriso chi non conclude la casa, chi la costruisce sulla sabbia e la vede andar in rovina; è gettato nelle tenebre chi non si presenta con il vestito adeguato per la festa; sono giustiziati i servi che coltivarono la vigna per se stessi e non per il loro Signore; è tacciato di malvagio e infingardo il servo che non volle lavorare e nascose il talento.

In un altro modo, molto riassuntivo, Cristo lo aveva già insegnato quando diceva: “due donne staranno a macinare nello stesso luogo, l’una verrà presa, l’altra lasciata” (Lc 17, 35). La legge del lavoro accomuna tutti gli uomini: alcuni la adempiono bene e raggiungono il traguardo a cui sono stati ordinati essendo chiamati all’esistenza umana; altri, però, non vogliono adempiere a quest’obbligo o adempiono ad esso in modo insufficiente, e vengono lasciati [1][19]. 

Importante,  dunque, è come si adempie a questa legge del lavoro. “Ciascuno stia attento a come costruisce”, ammonisce san Paolo ai Corinzi (1Cor 3, 10). Infatti, su uno stesso fondamento si può costruire bene, con buoni materiali; o si può costruire male, frodare. Ognuno veda come lavora, potremmo noi dire parafrasando l’Apostolo; ognuno veda se con il suo lavoro costruisce bene se stesso, oppure costruisce con qualche difetto o addirittura male.

 

9. Si pone a questo punto la domanda: come sapere se il lavoro è fatto bene e veramente costruisce il soggetto umano in ordine alla vita eterna?

Una prima risposta, molto elementare ma sicura, che si evince da quanto abbiamo detto, sarebbe questa: si può dire che il lavoro è fatto bene se non rimane chiuso alla sua dimensione trascendente, se non guarda soltanto all’immediatezza temporale, se è compiuto pensando non solo al proprio tornaconto ma anche al bene degli altri.

Si potrebbe anche aggiungere, in base a quanto ricavato precedentemente dalla LE, una seconda risposta: si lavora bene quando si rispetta il primato della persona, così che essa non viene sfruttata né strumentalizzata ai fini della produzione materiale, dei profitti economici, dell’efficienza produttiva.

Ma si potrebbe ancora andare più a fondo.

A questo punto vorrei rimandare a un grande protagonista di questo secolo, al beato Josemaria Escrivà, che da quando nel 1928 vide l’Opus Dei per ispirazione divina, cominciò a predicare a tutte le persone che il lavoro umano, qualsiasi lavoro umano, è occasione d’incontro con  Dio, mezzo di santificazione e di contribuire alla santità degli altri. Opus Dei, spiegava, significa operatio Dei, lavoro di Dio.

Tra i molti suoi insegnamenti sul lavoro e sul suo valore per l’uomo e per la sua vita, per la società e per il progresso dell’intera umanità, desidererei proporne uno che riguarda specificamente il punto che adesso trattiamo. In un’omelia pronunciata il 19 marzo del 1963, si esprimeva così:

“La vostra vocazione umana è parte importante della vostra vocazione divina. Ecco il motivo per cui dovete santificarvi —collaborando al tempo stesso alla santificazione degli altri— santificando precisamente il vostro lavoro e il  vostro ambiente, e cioè la professione o il mestiere che riempie i vostri giorni, che dà una fisionomia peculiare alla vostra personalità umana, che è il vostro modo di essere presenti nel mondo  (...)

“E’ tempo che i cristiani dicano ben forte che il lavoro è un dono di Dio e che non ha alcun senso dividere gli uomini in categorie diverse secondo il tipo di lavoro; è testimonianza della dignità dell’uomo, del suo dominio sulla creazione; promuove lo sviluppo della sua personalità, è vincolo di unione con  gli altri uomini, fonte di risorse per sostenere la propria famiglia, mezzo per contribuire al miglioramento della società in cui si vive e al progresso di tutta l’umanità.

“Per il cristiano, queste prospettive si dilatano. Il lavoro appare infatti come partecipazione all’opera creatrice di Dio (..) E inoltre il lavoro, essendo stato assunto da Cristo, diventa attività redenta e redentrice: non solo l’ambito nel quale l’uomo vive, ma mezzo e strada di santità, realtà santificabile e santificatrice.

“Non bisogna pertanto dimenticare che tutta la dignità del lavoro è fondata sull’Amore. Il grande privilegio dell’uomo è di poter amare, trascendendo l’effimero e il transitorio. L’uomo può amare le altre creature, può dire un tu e un io pieni di significato. E può amare Dio, che ci apre le porte del Cielo, ci costituisce membri della sua famiglia, ci autorizza a dar del tu anche a Lui, a parlargli faccia a faccia.

“L’uomo, pertanto, non deve limitarsi a fare delle cose, a costruire oggetti. Il lavoro nasce dall’amore, manifesta l’amore, è ordinato all’amore” [1][20].

Volevamo cogliere meglio come il lavoro può guidarci all’unione con Dio in Cielo, chiedevamo un approfondimento per discernere se il lavoro è fatto bene in ordine alla vita eterna. Le parole del beato Josemaria che ho appena letto offrono a tali quesiti una risposta esauriente e al contempo suggestiva: il lavoro può guidare a Dio perché può essere opera di amore, di amore umano e di Amore divino,  con la maiuscola.

E’ una possibilità che non dipende dalle circostanze o dal tipo di lavoro, dipende esclusivamente dalla persona, dalla sua interiore apertura all’amore verso gli altri e verso Dio.

Certamente, un lavoro che è opera di amore conduce verso Dio, poiché “Dio è amore; chi sta nell’amore dimora in Dio e Dio dimora in lui” (1Gv 4,16). 

 

10. Dobbiamo concludere. Alle considerazioni fatte, prevalentemente riferite alla singola persona, andrebbero aggiunte quelle relative alle piccole comunità, alla famiglia in primo luogo, ma anche alle associazioni di vario tipo e struttura collegate al lavoro, per poi estenderle ai paesi e alle nazioni, all’intera umanità. Sono sviluppi che lascio alle vostre riflessioni.

Desidererei, dunque, concludere riassumendo brevemente la necessità assoluta di sfrattare l’idea che il nostro lavoro riguarda solo il cibo temporale, che il nostro lavoro tende solo a rimediare il necessario per la vita presente, che la prospettiva del nostro lavorare non trascende la storia umana.

Le parole e le parabole di Cristo che abbiamo ricordato dicono ben chiaro che il nostro lavoro ha, sì, un immediato riferimento alle più perentorie necessità di ordine fisico e materiale, ma riguarda anche quelle altre necessità di ordine oltre-fisico, spirituali e soprannaturali, che sono ben più profonde e difficili da soddisfare. “Il lavoro acquista senso alla luce di un  progetto di vita più ampio, nella vita cristiana presa sul serio all’interno della propria condizione; analogamente a come lo spirito cristiano permea  famiglia, amicizie, vita culturale e politica. Se il lavoro non si integra nella vita cristiana ordinaria, se non è accettato come un ulteriore elemento, voluto da Dio nella vita quotidiana delle persone, le speranze di vivere un cristianesimo autentico in una società che investe tanto tempo ed energie nella vita professionale, sono illusorie” [1][21].

Il lavoro umano ha valore terreno e temporale, ma è destinato soprattutto ad avere trascendenza eterna: se realizzato in forza dell’Amore, conduce l’uomo a Gesù, Pane vivo, che lo introduce e mantiene nella sua vita di comunione con il Padre e lo Spirito Santo che da entrambi procede. In questa affermazione, a mio parere, si può riassumere sostanzialmente il nucleo che sta a fondamento e condizione del valore teologico del lavoro umano.

 



[1][1] Per uno studio sul progresso della teologia del lavoro in queso secolo, specie nell’insegnamento del Magistero, vedi H. Fitte, Lavoro umano e redenzione, Armando,  Roma 1996.

[1][2] Cfr. K. Stendahl, The School of St. Mathew, Upsala 1954, PC 778; J. L. Mackenzie, Ev. di S. Matteo, in Com. Bib. “San Girolamo”, 43:44, 117.

[1][3]  Vid. S. Agostino,  Ench, c. 15; Ep. 121 (ad Probam), 11; S. G. Crisostomo, Hom. XIV; Hom. XX; ; Cassiano, Coll. 21; S. Girolamo, In Matt., in hoc loco.

[1][4] Vid. S. G. Crisostomo, In Matt. in hoc loco; S. Cipriano, De orat. domin., 6; Cassiano, Coll. 21; S. Agostino, De serm. Dei in mont., II, 12; S. Girolamo, In Matt., in hoc loco.

[1][5] Vid. S. G. Crisostomo, In Ioann., 43.

[1][6] B. Vawter, Evang. di S. Giovanni, in Com. Bib. “San Girolamo”, cit., 63:93, 26-27; R. Fabris, Giovanni, Borla, Roma 1992, pp. 398-399.

[1][7] Vid. S. G. Crisostomo, Hom. XIV; In Ioann., 43: quidam, eo quod volunt pigre  nutriri, abutuntur hoc verbo ... non insinuat quod oporteat pigritari, sed quod oporteat operari et dare: hic enim est cibus qui non perit: operari autem cibum qui perit, est affici saecularibus rebus.

[1][8] S. Agostino, In Ioann. tract., 25.

[1][9] Vid. S. Gregorio Magno, Moralia, 7 (5?).

[1][10] Per un commento, vedi LE, 4-10.

[1][11] Vid. Giovanni Paolo II, Evangelium  vitae, nn. 2 e 38.

[1][12] Per una valutazione equilibrata di questa problematica, senza indulgere bonariamente a nessuno dei due estremi, vedi H. Fitte, Teologia e Magistero in dialogo con l’economia, in Idem (a cura di), Fermenti nella teologia alle soglie del terzo millennio, Lib. Ed. Vaticana, Città del Vaticano 1998, pp. 278-293.

[1][13] A modo di segno piccolo ma significativo di quanto sia diffusa tale comprensione diffettosa e insufficiente del lavoro, basta leggere la presentazione fatta del lavoro nell’enciclopedia Filosofia curata dall’editrice Garzanti (Cernusco-MI 1999) a p. 616: “attività umana intenzionalmente diretta a trasformare qualsiasi risorsa materiale (materie prime, prodotti industriali) o simboliche (informazione) al fine di soddisfare direttamente o indirettamente bisogni individuali (propri o di altri) o collettivi. Oltre a costituire un aspetto importante dell’interazione tra uomo e natura, l’attività lavorativa è eminentemente sociale in quanto pone gli uomini in rapporto tra loro”. 

[1][14] M. Weber, Economia e società, I.

[1][15] H. Fitte, Lavoro umano e redenzione, cit., p. 13.

[1][16] Del senso profondo da dare all’espressione “valore soggettivo del lavoro”, ce ne occupiamo in seguito.

[1][17] K. Wojtyla, Persona e atto, Libertà. Ed. Vaticana, Città del Vaticano 1982. Per un analisi della presenza nella LE di questo aspetto centrale del pensiero del Papa, vid. H. Fitte, Lavoro umano e redenzione, pp. 252-258.

[1][18] S. Gregorio Nisseno,  De vita Moysis, II, 2-3 (il corsivo è del Papa nella Veritatis splendor). Per uno studio, si può vedere R. Yepes Stork, La doctrina del acto en Aristóteles, Eunsa, Pamplona 1993; E. Sanz, La estructura de la acción inmanente, Pont. Aten. de la Santa Cruz, Roma 1997; G. Langevin, L’action immanente d’après S. Thomas d’Aquin, en “Laval Théologique et Philosophique” 30 (1974) 251-266; C. Innerarity, La comprensión aristotélica del trabajo, in “Anuario Filosófico” 23 (1990) 69-108.

[1][19] Vid. S. Grasso, Luca, Borla, Roma 1999.

[1][20] B. Josemaria Escrivà, E’ Gesù che passa, Ares, Milano 1982 (5 ed. it.), nn. 46-48.

[1][21] H. Fitte, Lavoro umano e redenzione, p. 15.

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